E' Meglio Sapere
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Festa della Liberazione 2012 - Torino

Inviato in MFE_GFE
Di seguito è riportato l'intervento della presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea in occasione della Fiaccolata per la Festa della Liberazione, tenutasi nella serata del 24 Aprile 2012 a Torino.


25 Aprile 2012
Per una Nuova Resistenza


Buona sera a tutti,

lo scorso anno su questo palco, davanti a chi come me si trovava qui a ricordare, ma soprattutto a festeggiare l’anniversario della Liberazione, mi era sembrato che fosse importante capire le ragioni del distacco dei più giovani dagli ideali della Resistenza, cui anche l’ideale di un’Europa unita appartiene. Non dimentichiamo, infatti, che il Movimento Federalista Europeo è stato fondato da Altiero Spinelli nel 1943 e poggia le sue fondamenta proprio sui valori di democrazia, solidarietà e pace portati avanti dalla Resistenza.

Ci eravamo detti che ormai il benessere porta noi giovani a non ritenere più attuali i sogni del secondo dopoguerra, ma che comunque resta importante ricordare che la Resistenza non è finita, perché gli ideali che porta con sé devono sempre essere tenuti vivi, altrimenti la negligenza rischia di diventare abbandono.

Quest’anno, però, ricordare a tutti noi quanto sia importante tenere alti i valori della Resistenza non basta.

La democrazia in Europa è più che mai a rischio e guardare ogni giorno l’andamento dello spread non basterà a salvare la democrazia da possibili derive. L’ondeggiare dello spread e la crisi economica stessa sono soltanto sintomi di qualcosa di decisamente peggiore. Non credo di dover essere io a ricordare che è stata una crisi economica mondiale spaventosa a precipitare nel caos l’Europa negli anni ’30 del Novecento. Quel caos ha determinato in parte lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, perché ha animato le arringhe di personalità che non hanno fatto altro che dare delle risposte – estreme, sia chiaro – a quesiti che non ricevevano risposte concrete da nessun’altra fonte.

Il rinascere dei nazionalismi oggi in Europa e in Italia e l’affermarsi di un nuovo nazionalismo in regioni del mondo che prima d’ora non hanno avuto l’occasione di sfruttare questa potente fonte di legittimazione, non dovrebbe solo farci riflettere, ma dovrebbe farci risvegliare dal torpore.

E se chi ha più anni e più esperienza alle spalle ha il dovere di dare l’esempio, i più giovani devono capire che questo è il momento di agire, per dar vita ad una Nuova Resistenza! Non si tratta di imbracciare le armi, ma di utilizzare gli strumenti che i nostri sistemi democratici ci forniscono: a differenza dei giovani nelle piazze della Primavera Araba, noi non ci troviamo di fronte a regimi autoritari da capovolgere, ma di fronte alle sfide che il nostro tempo e le nostre società pongono al sistema di valori e di diritti che i nostri genitori, nonni e bisnonni hanno duramente conquistato.

Oggi festeggiare l’anniversario della Liberazione non significa più solo ricordare. Oggi è giunto il momento di agire per preservare e rinvigorire i valori della Resistenza: la democrazia, la solidarietà, la pace. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi l’Europa unita ci ha dato tutto questo, ma oggi quella stessa Europa rischia di tradire i suoi stessi valori fondanti e, così, di scomparire.

Dobbiamo allora recuperare i valori della Resistenza, che hanno anche guidato i padri fondatori dell’Europa unita, per riportare all’ordine del giorno i diritti di ogni cittadino, affinché l’Europa unita torni ad essere il motore ed il garante della democrazia europea, una democrazia che forse gli Stati nazionali non sarebbero mai riusciti ad affermare e consolidare da soli, senza l’appoggio ed il sostegno l’uno dell’altro.

Per questo, questa sera, mi piacerebbe portare un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro, perché non ci debbano più essere altri “25 aprile” nella storia europea, semplicemente perché non ci dovranno più essere minacce, miseria e distruzioni a cui una “liberazione” debba porre rimedio.

Grazie


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Maggiori info su: www.mfetorino.it

11:51 - Wed 25 April 2012 - commenti {0} - Invia un commento

Dai popolari ai socialdemocratici: l’integrazione europea oggi passa dai partiti

Inviato in Riflessioni
di Roberta Carbone*, 22 Marzo 2012, Eurobull.it

In un periodo di crisi, economica e politica, in cui bisogna destreggiarsi tra governi tecnici veri o presunti, emergenze nazionali o nuovi nazionalismi, stravolgimenti dei meccanismi democratici in nome di obblighi apparentemente imposti dall’esterno, dobbiamo nondimeno considerare alcuni silenziosi ma importanti passi verso una vera e propria rivoluzione politica e partitica in Europa.

Durante la campagna per le elezioni europee del 2009 diverse voci  si sono alzate a favore di un cambiamento radicale nel modo di condurre il dibattito e la competizione politica: si chiedeva ai partiti di tutta Europa di poter avere una campagna elettorale a livello europeo, come primo passo verso l’istituzione di vere e proprie elezioni su base transnazionale. I cittadini europei, si diceva, devono essere messi nelle condizioni di poter dare la propria preferenza ai candidati di qualunque paese dell’Unione Europea, all’interno di veri e propri partiti europei. Tra queste voci, quella della Gioventù Federalista Europea da anni si erge a favore di uno sviluppo in questo senso e anche in occasione delle elezioni del 2009 non ha mancato di far sentire la propria voce, non da ultimo con il seminario organizzato a Parigi nell’aprile 2009 proprio su questo tema.

A queste voci si è recentemente aggiunta quella di Andrew Duff, europarlamentare del gruppo ALDE che ha proposto all’inizio del 2011 una riforma del meccanismo elettorale del Parlamento Europeo, che prevede l’elezione di un gruppo di europarlamentari (nel numero di 25) sulla base di una lista transnazionale, in aggiunta al numero di europarlamentari già previsti ed eletti su base nazionale.

Dobbiamo constatare, però, che finora non si è ancora giunti ad una riforma elettorale europea.

Ciononostante dobbiamo anche prendere atto del fatto che qualcosa si sta muovendo: una crisi del sistema europeo è stata ancora una volta la miccia che ha innescato il cambiamento. In questi ultimi mesi, infatti, una nuova consapevolezza si sta affermando nei partiti degli Stati membri dell’UE e, ancora una volta, è stato il motore franco-tedesco a far partire questo processo: da destra a sinistra, i leader dei maggiori partiti europei si coalizzano e si sostengono l’un l’altro per l’approvazione dei piani europei a livello nazionale e per rafforzare le rispettive campagne elettorali.

È stata la Cancelliera Merkel a dare avvio a questa pratica già alcuni mesi fa con celati segnali di sostegno al Presidente francese Sarkozy, fino alla dichiarazione esplicita – nel febbraio di quest’anno – di appoggio alla campagna elettorale del collega, all’interno della «famiglia politica» del Partito Popolare Europeo. Accolta con calore da alcuni e con freddezza da altri, nel timore che questo appoggio potesse risultare scomodo per il candidato Sarkozy, che punta sempre più su una visione nazionalistica delle sfide poste dalla crisi e dalla globalizzazione e che temeva di alienarsi in questo modo il favore dell’ala più a destra dell’UMP, l’idea della Cancelliera Merkel è piaciuta particolarmente ai socialdemocratici europei.

Lo scorso 17 marzo, infatti, i leader dei maggiori partiti progressisti d’Europa si sono ritrovati a Parigi in occasione del convegno “Renaissance pour l’Europe” (rinascita per l’Europa), organizzato dalle fondazioni FEPS, Jean Jaurès, Italiani Europei e Friedrich Ebert. Presenti all’incontro, tra gli altri, il candidato so******ta alle elezioni presidenziali francesi François Hollande, il leader del partito socialdemocratico tedesco (SPD) Sigmar Gabriel, il leader del PD Pier Luigi Bersani, il Primo Ministro belga Elio di Rupo e il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. «Quando l’Europa indietreggia – ha affermato il candidato alla presidenza francese Hollande – i conservatori possono rimanere sulla stessa linea. I progressisti no.»

Insomma, sembra che la sinistra europea stia trovando nuovo slancio proprio nell’Europa e nel sostegno reciproco, nell’ottica di una nuova progettualità e per ridare vita alla speranza e alla fiducia nel futuro. Sempre nelle parole di Hollande: «Le sorti del movimento so******ta e socialdemocratico sono strettamente legate allo sviluppo dell’Europa, e l’Europa è strettamente legata alla causa del progresso.» Il candidato so******ta si fa candidato non solo dei Francesi, ma cerca l’appoggio dei progressisti europei, per sviluppare quella che, nelle sue parole, dovrà essere un’Europa «della crescita, del lavoro, della giustizia e della solidarietà». Così «il so******ta francese François Hollande diventa la speranza dei socialdemocratici di tutta Europa», come scrive il Financial Times Deutschland lunedì 19 marzo.

Dunque, in un momento buio per la politica europea, in cui aleggiano proposte a favore della sospensione temporanea della democrazia in nome dell’attuazione dei piani di austerità concordati a livello internazionale, un barlume di luce si intravede: l’Europa, così come era nel disegno dei suoi padri fondatori, rigenera la democrazia europea e le dà nuovo slancio, a partire dalla collaborazione transazionale dei partiti politici, fino a raggiungere più importanti e decisivi obiettivi verso una maggiore democratizzazione delle istituzioni europee – dalle elezioni del Parlamento Europeo su liste transnazionali all’elezione diretta del Presidente della Commissione europea.

Tuttavia, a fronte di questi importanti e positivi sviluppi della politica europea, i federalisti e la società civile devono continuare a vigilare sull’azione dei capi di Stato e di governo europei, affinché non si adeguino alla soluzione più facile, ossia la centralizzazione del potere senza democratizzazione. Questa potrebbe costituire una pericolosa deriva per il progetto dell’unificazione dell’Europa, che è nato con l’obiettivo di creare un’Europa pacifica e costruita sulla democrazia e sul consenso, non sulla dominazione e sulla volontà del più forte.

Per concludere, vorrei riprendere ancora una volta le parole del candidato alla presidenza francese Hollande, che ci ricorda come l’Europa sia «una speranza» e debba restare «il nostro futuro». Sperando che queste non siano solo vane parole, ma il punto di partenza per una progettualità europea lungimirante – sia a sinistra che a destra –, mi auguro che il “sogno europeo” possa rinascere e restituire la fiducia nel futuro ai giovani di tutta Europa.


*Presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea


21:07 - Sun 25 March 2012 - commenti {0} - Invia un commento

Inviato in Poesia_Poems


Come il profilo delle montagne

aguzze sono le tue parole
aspre le tue pendici
irti di pericoli i sentieri che portano a te.
Ma come il prato ed i fiori
che abitano quelle montagne
meravigliosa è la meta
di quel cammino verso di te.
E mentre ripenso
a ciò che avrei potuto fare per raggiungerla
già so che ormai ho perso il mio sentiero
e intrappolato in questo bosco
in silenzio medito
su quale sia la strada
che potrà riportarmi a casa.


Roberta Carbone



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22:06 - Sat 11 February 2012 - commenti {0} - Invia un commento

Lo sguardo nazionale del ‘giovane’ Renzi

Inviato in Articoli
giovedì 17 novembre 2011, di Nicola Vallinotto*

Da osservatore esterno ho letto con molta curiosità i contenuti innovativi della proposta programmatica elaborata dall’assise convocata dal sindaco di Firenze Matteo Renzi alla Stazione Leopolda. Ho cercato, in particolare, di trovare alcune idee che potessero mostrare una possibile via di uscita dalla crisi economica, politica, sociale e ambientale in cui versa la nostra cara e vecchia Europa.

Il continente europeo e il mondo intero stanno, infatti, vivendo una crisi economica peggiore di quella del 1929; la crisi finanziaria originata dai subprime iniziata negli Usa nel 2008 si è ora allargata all’intero pianeta. A tre anni di distanza tocca al Vecchio continente pagarne le conseguenze. I costi della non Europa, ovvero di una Unione europea con una moneta unica ma senza una politica fiscale e una politica economica veramente europee, si stanno riversando sui cittadini europei e, in particolare, sui giovani che non hanno più serie prospettive di crescita di miglioramento della propria condizione e, anzi, per la prima volta cominciano a rimpiangere lo stile di vita dei propri genitori verso i quali sono debitori dell’unico welfare che li consente di porre, finchè dura, un argine a un processo di globalizzazione neoliberista senza freni né controlli. Il welfare familiare si sta esaurendo e le conseguenze le vediamo manifestarsi con le iniziative degli indignati che dalla Spagna si sono replicate in tutti i paesi europei.

La lettura dei 100 punti programmatici della Leopolda evidenzia la mancanza del tema europeo e si concentra sul nostro paese come se vivessimo in un mondo a parte. Se da un lato è pur vero che per innovare occorre partire dai luoghi più vicini al cittadino - dalla città, dalle regioni e dal nostro paese in primis - dall’altro non si può prescindere dai livelli decisionali sovranazionali a cominciare dall’Europa. Come cittadini europei responsabili non possiamo non fornire il nostro contributo per innovare l’Europa, oltreché l’Italia. La costruzione di una democrazia nazionale non sarà mai possibile senza la realizzazione di una democrazia globale.

Ebbene di tutto questo non v’è traccia nei cento punti della Leopolda. Potrebbe essere semplicemente una dimenticanza oppure potrebbe indicare una lacuna culturale macroscopica che non è riuscita a porre nella giusta dimensione, quella sopranazionale e cosmopolita, le articolate proposte per rinnovare l’Italia.

Pare incredibile che di fronte alla grave situazione in cui si trovano il nostro Paese, la Grecia e l’intera Europa, ovvero il rischio di insolvenza dei debiti sovrani e il conseguente crollo dell’Euro, non trovi spazio nelle ben 100 proposte, neanche per errore, un punto che affronti il tema Europa e offra una soluzione al livello opportuno.

Eppure il titolo del primo dei temi trattati faceva ben sperare: “Riformare la politica e le istituzioni”. In questa prima parte delle 100 proposte l’orizzonte è quello nazionale. Le proposte vanno dalla fine del bicameralismo, all’abolizione del Porcellum ma nulla viene detto sull’Unione europea eppure più del 70% della legislazione italiana è una derivazione di quella europea. L’Unione europea è la nostra casa. Noi tutti siamo cittadini europei come ha sottolineato in una recente intervista a Otto e mezzo Eugenio Scalfari. E come tali non possiamo esimerci da esprimere il nostro punto di vista sulle istituzioni europee e su come vorremmo fossero riformate per completare il processo di democratizzazione dell’UE. Come ha fatto, per altro, Nicola Zingaretti nel suo manifesto politico con il quale ha indicato dieci mosse per cambiare l’Italia. La prima mossa riguarda proprio l’Europa: lanciare una campagna per l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea, per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico e costituire un punto di riferimento unico per portare le nostre esigenze con più forza in tutte le sedi internazionali. Zingaretti ha creato un ponte con i giovani indignati che in tutta Europa chiedono ‘democrazia reale’ affermando che “Quelle piazze pongono alla politica un grande interrogativo: chi è che decide? Come si decide? E dove? Emerge il tema della conquista di un nuovo spazio decisionale visibile, efficace, democraticamente controllato.” La sua risposta sottolinea come “L’Europa economica non basta più, ma l’Europa politica non ci sarà mai se non sarà Europa democratica: nell’era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente sapere chi decide e controllare direttamente l’iter delle scelte”. E conclude ponendo la sfida del”l’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa e di un governo europeo che, sulle grandi questioni globali, possa imporsi con autorevolezza sull’impotenza delle trattative estenuanti e i veti dei governi nazionali.”

Ed anche i temi successivi (dei 100 punti della Leopolda) dedicati a crescita, ricerca e sviluppo potevano dar spazio a soluzioni europee invece di focalizzare le proposte nel solo ambito nazionale. Di diverso tenore, giusto per fare un confronto, il documento programmatico del PD intitolato “Italia-Europa. Un progetto alternativo per la crescita" dove vengono indicate quattro linee di policy tutte europee per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale: 1. Un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobonds) garantiti in modo collettivo; 2. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax ed il rafforzamento della tassazione ambientale, 3. Uno «standard retributivo» europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. 4. Una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie.

Tornando ai 100 punti della Leopolda – come già ribadito - non vi è spazio alcuno dedicato all’Europa. Gli innovatori che hanno risposto alla chiamata del giovane Renzi non hanno formulato neanche una proposta su come uscire dalla crisi europea dei debiti sovrani che rischia di far fallire non solo la moneta unica ma l’intero edificio europeo.

Gli unici due punti in cui vengono sfiorati temi che superano i confini nazionali sono la razionalizzazione delle missioni italiane all’estero e la strategia per il Mediterraneo in trasformazione. Purtroppo per entrambi le soluzioni indicate sono sempre e solo nazionali.

E’ pur vero che qualcuno potrebbe rispondere che l’Europa e’ uno spazio troppo grande ed esogeno alla prospettiva concreta di un sindaco ma è anche vero che chiunque abbia la mira di candidarsi alla leadership di un partito, che voglia indicare un percorso di rinnovamento e fornire una speranza a milioni di giovani precari, non può omettere del tutto la dimensione europea della politica e della democrazia. Nel mondo globalizzato del XXI secolo locale e globale si intersecano vicendevolmente. Chi opera a livello locale, come un sindaco, non può prescindere dagli effetti di decisioni che vengono prese a livello globale a cominciare da quello europeo.

Il sindaco Renzi e i partecipanti della Leopolda per contribuire in modo efficace all’innovazione e al progresso del nostro Paese oltrechè alla costruzione di una democrazia glocale (dal locale al globale e viceversa) dovranno adottare quello che il sociologo Ulrich Beck chiama lo sguardo cosmopolita, l’unico che consente una visione complessiva, e non deformata dalle lenti nazionali, del mondo in cui viviamo.

Con tale sguardo sarà possibile restituire alla politica il primato sull’economia e su una finanza che si muove a livello globale e specula sulle debolezze e sulle divisioni dei singoli governi nazionali.



* Membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo. Ha curato con Simone Vannuccini il volume collettivo “Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo” edito da ombre corte nel 2010


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17:55 - Fri 18 November 2011 - commenti {0} - Invia un commento

L’Europa ha buttato giù Berlusconi

Inviato in Articoli

Mercoledì 9 Novembre, di Antonio Longo*


La lunga notte è finita. Nel modo giusto politicamente. Non sono stati gli scandali, pubblici e privati, che hanno costellato la vita legalmente ‘avventurosa’ e ‘border line’ del premier. Né il livello di moralità pubblica e privata cui da anni ci ha abituati. Tantomeno la capacità dell’opposizione che in tutti questi anni non ha mai prodotto uno straccio di programma alternativo.


E’ stata l’Europa a buttarlo giù. Il berlusconismo non è soltanto una forma di governo, ma un ‘blocco di potere’ sociale, economico e politico. La fine della sovranità nazionale sul debito lo ha messo in crisi perché ha evidenziato che per raddrizzare il Paese non serve procedere con i ‘tagli lineari’ della spesa pubblica e non è nemmeno sufficiente annunciare una riforma pensionistica (quale?). Ma occorre prendere misure ben più drastiche ed incidere là dove vive e prospera il bacino sociale ed elettorale del berlusconismo. In estrema sintesi, occorre cominciare a colpire seriamente l’evasione fiscale e ad introdurre una patrimoniale di tipo strutturale.


Ma un ‘blocco di potere’ può cominciare a sfaldarsi solo sotto i colpi di un potere più forte, che presenta il conto dello sfascio del Paese. Ed il conto del risanamento finanziario Paese poteva presentarlo ed esigerlo solo un potere ‘più forte’ di quello nazionale, quello europeo. Questo potere si sta manifestando, in forme imperfette e discutibili, ma si sta manifestando. Dalla lettera della BCE del 4 agosto in poi è stato un crescendo di richieste che l’Europa ha avanzato, con toni ultimativi, esprimendosi come un potere europeo ‘di fatto’ nei confronti di uno Stato membro dell’Unione. Questo potere è stato da ultimo certificato nella dichiarazione della Presidenza della Repubblica Italiana di oggi (8 novembre) in cui si esprime “viva preoccupazione per l’urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei con l’approvazione della Legge di Stabilità, opportunamente emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione europea”.


La crisi nazionale del debito sta dunque producendo il ‘potere europeo’ perché sta ponendo fine alla separazione tra la politica nazionale e quella europea. Ciò avviene perché si va a toccare il livello e la qualità della spesa pubblica, l’ultima vera sovranità che è rimasta a livello nazionale e che costituisce la base e la forza della politica nazionale: l’insieme degli interessi materiali che attorno ad essa determinano il consenso politico. Questa ultima ‘enclave’ è attaccata dalla crisi del debito e da questa crisi sta emergendo il potere europeo, come risposta alla crisi fiscale dello stato nazionale.


Tocca ai federalisti battersi perché questo potere diventi rapidamente democratico e legittimo di fronte agli occhi dell’opinione pubblica europea che non può evidentemente accettare che una perdita di sovranità nazionale (di cui tutti ora sono improvvisamente consapevoli) vada a favore di organi politici e/o finanziari non legittimati democraticamente. E che rischia di produrre un risentimento ‘nazionale’ alimentato a destra dal populismo e a sinistra da velleitarie ed inconcludenti proteste.


Occorre far comprendere ai cittadini che la perdita di sovranità nazionale può essere recuperata solo con la sovranità europea. E che la via maestra è la battaglia per la democrazia europea, quale vettore per la nascita di un governo federale attorno all’istituzione che può essere legittimata dal voto europeo: la Commissione.


 

* Membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo, Direttore del Circolo culturale “Altiero Spinelli” - Milano



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10:14 - Wed 9 November 2011 - commenti {0} - Invia un commento

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