Una frattura istituzionale che divide le coscienze

7 Febbraio 2009
di Stefano Folli

Per molti decenni, nella lunga storia del dopoguerra, l’equilibrio tra laici e cattolici è stato garantito in Italia, sia pure con qualche eccezione, dalla prudenza e dal senso dello Stato della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati. Si sono evitate le guerre di religione, le fratture fra italiani e gli strappi istituzionali: anche con il concorso della Santa Sede, nel complesso rispettosa della laicità della Repubblica e consapevole che il bene più prezioso era l’unità morale del Paese. Un patrimonio comune che, si poteva immaginare, nessuno avrebbe voluto disperdere.

Purtroppo da ieri questo scenario è andato in frantumi. Non solo le istituzioni sono ferite, anche la convivenza civile subisce un serio ‘vulnus’ e non è chiaro chi e come potrà ricomporlo. Di sicuro ora lo Stato di diritto, cioè il fondamento delle garanzie democratiche, è più debole. Il tema cruciale della vita e della morte, che esige soprattutto sensibilità, rispetto delle coscienze e comprensione del dolore privato, è finito nel tritacarne dello scontro politico. Ed è difficile capire quanto abbiano pesato in questa sconcertante vicenda le questioni di principio e quanto le strumentalizzazioni di parte, volte a fini diversi da quelli dichiarati.

Di sicuro si sta compiendo ai danni della povera Eluana Englaro e della sua famiglia l’ultima crudeltà. Intorno a quelle sfortunate persone era tempo che si facesse silenzio e invece è esploso un clamore tanto assurdo quanto inutile. Assurdo perché è davvero singolare che il Parlamento abbia deciso di legiferare adesso, nel giro di poche ore, quando la legge sul testamento biologico è rimasta a prendere polvere nei cassetti per anni, mentre tutti i richiami al buon senso restavano lettera morta. La responsabilità delle forze politiche, sotto questo profilo, resta molto grave e non convince affatto che si sia voluto rovesciarla sul Quirinale, per via della mancata firma a un decreto dell’ultim’ora.

Quanto all’inutilità di questo atroce spettacolo, è penoso doverlo scrivere. Ma è evidente che, se la clinica di Udine va avanti nella procedura prevista (e gli avvocati della famiglia Englaro lo hanno confermato), il Parlamento non arriverà in tempo, per quanto si affretti, a varare lo stralcio del testamento biologico e a impedire che sia interrotta l’alimentazione prima del triste epilogo.

Comunque sia, alla fine resteranno solo le macerie della convivenza civile e i danni della rottura istituzionale. Non era proprio di questo che aveva bisogno l’Italia nel momento in cui sta affrontando una delle più gravi congiunture economiche e quindi sociali che la storia recente ricordi. L’idea di dividere il Paese con la spada, di qui i difensori della vita e di là i fautori della morte, è quanto di più pericoloso si possa immaginare. E sta accadendo. Ma c’è di peggio.
Quasi sempre le battaglie sui principi nascondono obiettivi politici che ai più sfuggono. Sarebbe interessante capire a chi giova lo scontro istituzionale tra Governo e presidenza della Repubblica. Senza dubbio a nessuno, ma può darsi che qualcuno ritenga di trarne vantaggio. E su questo punto è bene essere chiari.

Che la tensione tra i due palazzi romani stesse crescendo ben oltre i limiti, era lampante. Tuttavia si poteva supporre che sarebbe esplosa su di un altro terreno, più strettamente politico-costituzionale: ad esempio, la riforma della giustizia. Invece è deflagrata in tempi e modi imprevedibili, su di un aspetto etico di drammatica profondità; come tale in grado di lacerare i rapporti e di incrinare il patto di fondo che regola la Repubblica più di quanto sarebbe accaduto in circostanze tradizionali.

Può darsi che tutto dipenda da una sequenza di errori, in una spirale imprevedibile. Da un lato i ritardi del Governo, l’iniziale sottovalutazione del caso e poi il desiderio di venire incontro alle gerarchie ecclesiastiche e alle organizzazioni cattoliche. Dall’altro quella lettera scritta da Napolitano e recapitata prima del Consiglio dei ministri, che rendeva pubblica e ufficiale la contrarietà del Quirinale al decreto, con ciò mettendo in imbarazzo Berlusconi. O magari gli ha offerto l’arma per sferrare l’offensiva.

Ma non si sfugge alla sensazione che il caso Englaro abbia fatto emergere una crisi istituzionale comunque matura. Il presidente del Consiglio non ha mai nascosto la sua insofferenza per i vincoli e i limiti del suo mandato. Quella sorta di diarchia al vertice dello Stato, che la Costituzione in qualche misura impone, è sempre apparsa inaccettabile agli occhi di Berlusconi. E nessuno dimentica i conflitti con Scalfaro e le tensioni con Ciampi, lungo l’arco di un quindicennio. Così come nessuno ignora che il premier è determinato in cuor suo a sanare la contraddizione andando a occupare egli stesso la poltrona di Capo dello Stato in un futuro indistinto, ma forse nei suoi piani meno remoto di quanto non dica il calendario della legislatura.

Il presidenzialismo è nel carattere e nella natura di Berlusconi. Viceversa non lo è affatto il ritmo lento di un’azione di governo faticosa e quotidiana, costretta sul sentiero degli equilibri istituzionali. Anche per questo da ieri l’Italia è entrata in una crisi senza precedenti, da cui non sarà facile uscire. Il ruolo supremo di garanzia al di sopra delle parti, che è l’essenza della presidenza della Repubblica secondo l’attuale Costituzione, è stato scalfito e forse compromesso. A sostegno di Giorgio Napolitano c’è l’opposizione di centrosinistra, i radicali, l’estrema sinistra: nonché, ed è molto significativo, il presidente della Camera Fini. Dietro al presidente del Consiglio c’è la maggioranza, l’Udc di Casini, il Vaticano. Schieramenti inediti per una brutta storia dai contorni opachi, di cui non si conosce l’esito.

 

 

fonte> Il Sole 24 Ore

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