La debolezza del superuomo

La debolezza del superuomo

 

Nietzsche, noto filosofo vissuto tra Otto e Novecento, rappresenta non solo un grande filosofo o la ”mente” utilizzata dal Nazismo per giustificare ed arricchire quel mostruoso progetto che è sfociato nella Shoah, ma anche un ”personaggio” particolarmente interessante per quanto riguarda il mondo della filosofia, oltre che nella storia del genere umano. Se l’obiettivo è un excursus attraverso le scelte che ha operato nella sua vita e le teorie che le hanno animate, allora l’opera da prendere in considerazione è ”Ecce homo – come si diventa ciò che si è”, pubblicato nel 1889 a conclusione del periodo più fertile della carriera di Nietzsche.

Il testo affronta innumerevoli tematiche, dal momento che qui non è tanto la filosofia in quanto materia di studio ad essere presa in esame, quanto l’esistenza stessa dell’essere umano e dell’autore e protagonista di questo saggio.


La condanna della morale (« la Circe dell’ umanità »), con la conseguente trasvalutazione dei valori, e il disprezzo per l’umanità, composta in gran parte da malriusciti, sono sicuramente le colonne portanti di quest’opera, sulle quali Nietzsche ha costruito un castello di convinzioni apparentemente solido, ma che avrebbe potuto rivelarsi debole di fronte ad un confronto con un suo pari per determinazione e convinzione.


Nietzsche si dice convinto di essere un Anticristo, non tanto per definizione propria, quanto per il fatto che la società lo considera un modello negativo, dal momento che tutta la sua opera è volta all’abbattimento dei valori della società occidentale. L’altruismo, la compassione, l’amore, così come viene inteso dai malriusciti, sono tutti atteggiamenti falsi prodotti dall’illusione data da un ideale di pace e solidarietà diffuso dalla religione cristiana. L’ideale, acquisendo in Nietzsche una connotazione negativa, è quello della morale cristiana, che perpetua il ”culto” dell’aldilà e reprime l’istinto, inducendo l’uomo a disprezzare la vita terrena (l’unica possibile secondo Nietzsche) ed in ultima istanza la stessa esistenza umana. Per questo motivo la morale cristiana è contro natura: « Il disprezzo per la vita sessuale, l’insudiciamento della medesima con il concetto di ”impurità” sono, in ogni loro forma, il delitto stesso contro la vita – il vero peccato contro lo spirito santo della vita », mentre i disvalori promulgati da Nietzsche rispettano i moti dell’istinto umano – infatti, egli si definisce anche con il nome del dio Dioniso.

Per il solo fatto di aver «scoperto» la morale, provocando una sorta di rivoluzione, Nietzsche si giudica superiore al resto del genere umano, ponendosi al livello del suo ”Zarathustra” e credendo, quindi, di essere finalmente giunto al livello di superuomo, colui, cioè, che può essere definito uno spirito sui generis o anche benriuscito perché ha accettato l’amor fati, che significa « non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare, il necessario […] ma amarlo. » Per giungere a questo stadio di consapevolezza, però, egli ha dovuto attraversare un periodo da décadent (altro termine per indicare i malriusciti), caratterizzato dallo smarrimento e da una bassa vitalità, provocati dalla malattia, elemento fondamentale per la costruzione dell’intera filosofia di Nietzsche. Egli ci parla, infatti, – e in questo caso con estrema modestia – non della sofferenza portata dalla malattia, ma piuttosto delle sue conseguenze psicologiche. La malattia, infatti, rende deboli e « infrollisce l’istinto di difesa e offesa, che è il vero istinto della salute. » Oppressi dalla malattia, « non ci si sa liberare da niente, non si sa chiudere i conti con niente, non si sa rispondere ai colpi – tutto ferisce.[…] Le esperienze colpiscono troppo in fondo, il ricordo è una piaga in suppurazione. » Così egli ci spiega come il convivere con la malattia renda difficile se non impossibile l’accettazione di se stessi, ma anche perché è proprio nel momento in cui si è toccato il fondo che bisogna reagire: « Proprio negli anni di più bassa vitalità cessai di essere pessimista; l’istinto di autorisanamento mi proibì di seguire una filosofia della povertà e dello scoraggiamento… » È nel momento in cui superare l’ostacolo è diventato finalmente possibile che Nietzsche è riuscito a comprendere di avere un compito – cosa che diventa comprensibile solo ai benriusciti –, ad allontanarsi da tutto ciò che rende l’uomo debole: i sentimenti, il bisogno di amore, la compassione, e a liberarsi dal ressentiment, cioè dal rancore e dal bisogno di vendetta, – il difetto peggiore, secondo Nietzsche, che una persona possa avere. Liberandosi dalla menzogna della morale e della cultura idealista tedesca, il filosofo è divenuto, infine, «destino», cioè la ragione stessa della propria esistenza.


Ricollegandoci, quindi, al concetto di falsità e di menzogna, la critica di Nietzsche all’ordine prestabilito delle cose non si ferma alla religione cristiana, ma attacca duramente l’idealismo e con lui l’intero genere umano. L’idealismo, infatti, contempla un mondo falso anziché concentrarsi sulla realtà; dal momento che i maggiori filosofi tedeschi che hanno influenzato l’epoca in cui Nietzsche viveva sono proprio degli idealisti, la cultura e la società tedesche si fondavano su quei valori, cioè sulla menzogna.  La filosofia tedesca, però, era stata esportata in tutta Europa ed in generale costituiva il bagaglio culturale dell’Occidente: è così che Nietzsche giunge alla conclusione che tutti i valori fondanti della civiltà occidentale si basano sulla menzogna.  Proprio per questi motivi lo spirito «sui generis» arriva a disprezzare tutta l’umanità ( « La nausea per l’uomo, per la ”canaglia” è stata sempre il mio più grande pericolo…» ), che vive ogni giorno immersa nell’ipocrisia e nella mediocrità,  ma in particolare disprezza il popolo tedesco (tolte alcune eccezioni, ad esempio il primo Wagner), corruttore di tutte le civiltà che ad esso si accostino e incapace di dar vita ad un’élite di superuomini (Nietzsche si vanta, infatti, delle sue origini polacche). In questo, forse, Nietzsche ha anticipato quella che sarà l’opera rappresentativa di tutta un’epoca, ”La nausée” di Sartre, e un po’ di quello che sarà la filosofia esistenzialista.

Avendo, quindi, compreso di essere circondato da uomini inferiori, Nietzsche pensa che la soluzione migliore sia quella dell’isolamento ”spirituale” dalla civiltà: « La mia umanità non consiste nel partecipare ai sentimenti degli uomini, ma nella capacità di sopportare questa partecipazione… La mia umanità è una continua vittoria su me stesso. – Ma ho bisogno di solitudine. » e dell’isolamento da ogni tipo di influenza esterna nel momento della ”gravidanza spirituale”: « Per quanto possibile, bisogna evitare il caso, lo stimolo esterno; murarsi in se stesso è una delle prime accortezze dell’istinto durante la gravidanza spirituale. »


Infine, dal momento che si è parlato di gravidanza, mi sembra doveroso presentare anche l’opinione che Nietzsche si era fatto dell’universo femminile – che peraltro pensava di conoscere molto bene – e dell’amore. Sempre per riprendere il concetto del sovvertimento dei valori, Nietzsche rifiuta di pensare che l’amore si basi sull’altruismo e  sull’affetto reciproco, supponendo piuttosto che esso si basi semplicemente sull’eterno conflitto tra i sessi e sull’egoismo: « L’amore – nei suoi mezzi la guerra, nel suo fondo l’odio mortale fra i sessi. » Secondo l’illustre filosofo la donna è alla ricerca di un uomo al solo scopo di usarlo come mezzo per procreare, avendo ella bisogno dei figli per essere guarita dalla malattia dell’emancipazione. L”’emancipazione della donna” sarebbe, infatti, una degenerazione o malattia, che implica un odio istintivo e vendicativo della donna malriuscita o minorata, cioè di quella che non può procreare. « Quanto più la donna è donna, tanto più si oppone, con mani e piedi, contro i diritti in genere: lo stato naturale, la guerra eterna fra i sessi le dà già di gran lunga il primo posto. »


Per concludere, il quadro complessivo che ricaviamo dall’analisi di quest’opera autobiografica di Nietzsche ci permette, a mio giudizio, di comprendere meglio la sua filosofia. Nonostante generalmente io non ritenga necessario avere una conoscenza approfondita della biografia dell’autore per comprenderne l’opera, avendo fatta mia la teoria di Proust, secondo il quale « un libro è il prodotto di un altro me stesso », credo che in questa particolare situazione gli antecedenti dell’autore abbiano influenzato non poco il suo percorso filosofico. Indubbiamente la malattia ha fatto sì che Nietzsche sviluppasse quell’istinto di sopravvivenza e quel desiderio di sfruttare la vita il più pienamente possibile per evitare che essa diventasse una serie incontrollata di sofferenze; è per questo stesso motivo che è stato più facile isolarsi dal resto del mondo, in modo da non creare ancora maggior dolore, questa volta portato da sofferenze emotive. Sebbene egli si senta coraggioso per il modo in cui ha affrontato la propria situazione, leggendo ciò che scrive sembra chiaro, invece, il contrario: ha scelto di allontanare da sé ogni tipo di emozione per viltà. Se non è riuscito a vivere felicemente, almeno ha potuto scegliere di vivere soddisfacendo il proprio ego e allontanando da sé il dolore, rinunciando ad una parte del proprio essere umano. In qualche modo anche lui, come la morale cristiana che tanto ha criticato, ha agito contro natura, negando una parte di sé.

 

 

Roberta Carbone

 

 

Analisi del testo: ”Ecce homo – come si diventa ciò che si è”, Friedrich Nietzsche, Adelphi

Capitoli:  _ Perché sono così saggio

               _ Perché sono così accorto

               _ Perché scrivo libri così buoni

               _ Perché io sono un destino

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