Per la promozione dei diritti sociali fondamentali

Per la promozione dei diritti sociali fondamentali

28 marzo 2013
Di Roberta Carbone*
Eurobull

Mercoledì 13 Marzo, presso la International Trade Union House a Bruxelles, è stato presentato il Manifesto per il rispetto e la promozione dei diritti sociali fondamentali. Significativa già l’introduzione: il Manifesto, lanciato nel gennaio scorso e presentato al Parlamento europeo qualche settimana fa, ha già ottenuto più di 450 firme in tutta Europa – non solo dai Paesi del sud, come il moderatore è attento a sottolineare.

Il Manifesto è stato introdotto da Isabelle Schömann, Niklas Bruun e Klaus Lörcher, membri della rete di esperti TTUR (Transnational Trade Union Rights), un gruppo di otto avvocati del lavoro che fa parte dell’Istituto Sindacale Europeo (ETUI) e che ha dato vita al Manifesto.

L’intestazione del Manifesto dichiara: «Gli avvocati del lavoro di tutta Europa chiedono all’Unione Europea di rispettare e promuovere i diritti sociali fondamentali, in particolare per quel che riguarda tutte le misure legate alla crisi». Alla base di questa iniziativa sta una forte critica nei confronti delle conseguenze delle misure di austerità diffuse in tutta Europa, che hanno portato ad una diminuzione dei diritti dei lavoratori e minato il modello sociale europeo. Secondo i promotori, infatti, la soluzione più diffusa alla crisi in corso sono state le riforme del diritto del lavoro, al fine di rendere il mercato più flessibile e meno vincolato al rispetto di alcuni principi sociali fondamentali. In particolare, i promotori individuano due punti chiave.

In primo luogo, le attuali tendenze mostrano che con l’implementazione di misure economiche restrittive le autorità pubbliche stanno indebolendo la contrattazione collettiva. Gli effetti negativi sui diritti dei lavoratori sarebbero evidenti: gli accordi collettivi avevano l’obiettivo di fissare degli standard minimi obbligatori, mentre oggi assistiamo ad una tendenza in favore di accordi su base individuale (di impresa o di settore) che si collocano anche al di sotto degli standard previsti. Questo tipo di sviluppi viene appoggiato dalla cosiddetta ”troika” e in particolare dalla Commissione europea, che sostiene il decentramento della rappresentanza dei lavoratori a livello nazionale. Pertanto le conseguenze delle riforme del mercato del lavoro coinvolgono anche i partner sociali, la cui autonomia non viene più rispettata, secondo Bruun. Legato a questa questione, sorge il discorso sulla legittimazione democratica: le misure imposte ai cittadini europei vengono percepite come illegittime e portano, quindi, alla diffusione di un sentimento anti europeo.

In secondo luogo, tenendo in considerazione che questo Manifesto viene promosso da un gruppo di giuristi, viene sottolineato l’obbligo per le istituzioni europee di rispettare le disposizioni del Trattato di Lisbona e della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In particolare, l’art. 3.3 del TUE afferma che l’UE è fondata ”su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Inoltre gli autori rimandano al rispetto dei diritti sociali fondamentali, diventato vincolante con la Carta dell’UE, e del diritto alla contrattazione collettiva sancito dalle convenzioni dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), ratificate da tutti gli Stati membri dell’Unione.

Questo Manifesto costituisce una delle tante reazioni alla crisi europea in corso, che sicuramente si sta dimostrando politica e sociale, più che finanziaria ed economica. Sicuramente ciò che appare chiaro è il fatto che, nonostante molte personalità riconoscano il fallimento del paradigma neoliberale e, quindi, della deregolamentazione economica e politica, non si sia ancora giunti ad un cambiamento del pensiero dominante – e forse quest’ultimo non cambierà affatto. Per questa ragione molte voci si stanno alzando a favore di un ritorno al modello sociale europeo e di un sistema economico e sociale più equo e giusto.

A questo punto, due questioni sono da prendere in considerazione.

In primis la questione democratica. Le elezioni nazionali e il sorgere di partiti euro-scettici o populisti in tutti gli Stati dell’Unione dimostrano che c’è una richiesta da parte dei cittadini di poter parlare ed essere ascoltati da coloro che governano. Ma chi governa realmente? Il fatto stesso che tutte le responsabilità riguardo le misure di austerità, e dunque riguardo l’impoverimento di una parte dei cittadini europei, vengano imputate alla ”troika” è la riprova dell’impossibilità di individuare un’istituzione che si faccia carico di queste decisioni. Si tratta di una mescolanza di obblighi internazionali, europei e interni agli Stati membri, che portano ad applicare a diversi Paesi una soluzione unica, che rende l’approccio di breve periodo come una sorta di principio generale. Quindi, come se non fosse ancora abbastanza chiaro, non abbiamo una politica economica coerente. Inoltre, non abbiamo neppure una vera politica sociale europea, dal momento che questa generalmente fa capo agli Stati membri. Infatti, la maggior parte delle politiche sociali iniziate dall’UE si appoggiano su strumenti di soft-law e sul Metodo di Coordinamento Aperto (OMC). Pertanto, se vogliamo discutere la questione di un modello per l’UE, dobbiamo prima concentrarci sul rendere l’Unione europea un sistema pienamente democratico, con un proprio governo: in questo modo i cittadini europei potrebbero davvero avere un ruolo, con il proprio voto, nell’ambito delle decisioni prese a livello dell’Unione, e soprattutto ci sarebbe un’istituzione con un reale potere decisionale, che potrebbe essere lodato o rimproverato per le sue responsabilità. Questo non solo chiarificherebbe la questione di chi detiene il potere, ma legittimerebbe anche le decisioni che vengono prese, rendendole, così, più accettabili.

Quindi la seconda questione: nell’attesa di avere un governo sovranazionale europeo – che significherebbe creare una Federazione europea – come si possono convincere gli Stati membri dell’UE a cambiare percorso, in modo da risolvere la crisi, preservando il tenore di vita europeo? Secondo la mia modesta opinione, sarà impossibile convincere i leader europei solo con un Manifesto come questo, seppure guadagnasse centinaia di firme da parte di personalità accademiche. Per i governi europei sarebbe troppo facile rispondere a questo tipo di appelli con la giustificazione che in tempi di crisi è impossibile trovare le risorse necessarie, e che quindi bisogna prima risparmiare e solo in seguito pensare a rilanciare l’economia europea. Questo è ciò che ci è stato ripetuto in questi ultimi anni. Perciò dovremmo provare a proporre delle soluzioni più articolate, tenendo in considerazione sia gli obiettivi che i mezzi. Come ha sostenuto Tommaso Padoa Schioppa, dovremmo lasciare l’austerità agli Stati membri e gli investimenti al livello dell’Unione, in quanto il valore aggiunto di un certo investimento è più alto a livello sovranazionale che a livello statale, per effetto delle economie di scala. Pertanto, con un investimento a livello dell’UE relativamente contenuto, potremmo far ripartire l’economia europea, mentre a livello nazionale per il momento qualunque tipo di investimento sembra impossibile. Investendo su ricerca e sviluppo, potremmo creare nuovi posti di lavoro, puntare sulla ”green economy”, l’economia verde, e migliorare la competitività europea a livello internazionale, migliorando così la qualità della vita nell’UE, piuttosto che ragionare in termini quantitativi, investendo dunque in uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Questo è anche il motivo per cui dovremmo parlare di sviluppo e non di crescita. Per fare questo, però, sono necessarie più risorse a livello europeo: parallelamente alla diminuzione degli investimenti a livello nazionale, dovrebbero aumentare gli investimenti a livello dell’UE, grazie al trasferimento di una parte delle risorse nazionali, attraverso una serie di nuove ”risorse proprie”, per esempio un’imposta europea sulle transazioni finanziarie, una tassa sulle emissioni di anidride carbonica o una riforma dell’Iva. Per questi motivi i federalisti europei in molti Stati membri, insieme a diverse associazioni della società civile, stanno promuovendo un’Iniziativa dei Cittadini Europei per un Piano europeo di sviluppo sostenibile e per l’occupazione

Questo potrebbe essere un modo concreto per andare verso la creazione di un modello economico e sociale più giusto per l’Europa di oggi e per le prossime generazioni.




For promoting fundamental social rights

March, 16th 2013
By Roberta Carbone*
The New Federalist

On Wednesday 13th March, in the International Trade Union House, the European Manifesto to respect and promote fundamental social rights was presented. The introduction was already meaningful, as this Manifesto, launched in January 2013 and presented to the European Parliament some weeks ago, has already gained more than 450 signatures from all over Europe – not only from the Southern countries, as the chair is proud to stress.

The Manifesto was introduced by Isabelle Schömann, Niklas Bruun and Klaus Lörcher, members of the Transnational Trade Union Rights Experts Network (TTUR), a group of 8 labour lawyers working in the framework of the European Trade Union Institute (ETUI), and who initiated this Manifesto.

The header of the Manifesto states: «Labour and social lawyers from across Europe call on the European Union to respect and promote fundamental social rights in particular in respect of all crisis-related measures». Actually, the main point at the basis of this initiative is a strong critique against the outcomes of the austerity measures spreading all over Europe, which have reduced workers’ rights, and undermined the European social model. According to the speakers, the mainstream solution to the current crisis has been the reform of labour law, in order to make the market more flexible and less constrained by the respect of some important social principles. In particular, the promoters stress two main points.

First, the current trends show that, by implementing restrictive economic measures, public authorities are undermining the collective bargaining practices. The backlash on the workers’ rights is clear: Collective agreements were meant to set compulsory minimum standards, while today there is a tendency to lower those standards by promoting the negotiation on an individual basis. This development is being supported by the so-called ”troika”, and in particular by the European Commission, which backs a decentralisation of labour representation at the national level. Therefore, the consequences of the labour market reforms involve also the social partners, whose autonomy is no longer being respected, according to Mr Bruun. Linked to this first point, the argument of the democratic legitimacy arises: The measures imposed to the European citizens are perceived as illegitimate, thus an anti-European sentiment is spreading all over Europe.

Secondly, as this Manifesto is promoted by a group of lawyers, they underline the obbligation for the EU institutions to comply with the provisions of the Lisbon treaty and of the EU Charter of Fundamental Rights. In particular Article 3 paragraph 3, TEU states that the EU is based on ”a highly competitive social market economy, aiming at full employment and social progress”. But the authors recall also the respect of fundamental social rights, which has become legally binding with the EU Charter, and the right of collective bargaining included in the ILO Conventions, ratified by all EU member states.

This Manifesto is one of the many responses to the current European crisis, which certainly turned out to be more political and social than financial and economic. Actually, what is strikingly clear is that even if many personalities acknowledge the failure of the neoliberal paradigm, and thus of both economic and political deregulation, the underlying discourse has not changed yet – and maybe it will not change at all. This is the reason why many voices are raising in favour of a return to a European social model, advocating for a more equitable and fair economic and social system.

At this point, there are two issues to consider.

First of all, the democratic question. National elections and the surge of euro-sceptic or populist political parties in all EU member states demonstrate that there is a request from the citizens to raise their voice and make it heard by those who govern. But who governs actually? The fact that we ascribe to the ”troika” all the responsibilities about the austerity measures, and thus about the impoverishment of a part of the European citizens is the evidence of the fact that we cannot really identify one institution which is in charge for these decisions. It is a mix of international, European and domestic constraints, which leads to a one-fits-all approach, based on the short-termism as a kind of general principle. Therefore, as if it was not clear enough, we do not have a coherent European economic policy. Moreover, we do not even have a real European social policy, as this is mainly a competence of EU member states. In fact, much of the EU-led social policy is based on soft-law and on the Open Method of Coordination. Thus, if we want to talk about a model for the EU, we should first focus on making the EU a truly democratic system, with its own government: This way the European citizens could really have an impact, with their vote, on the decisions taken at the EU level, and above all there would be an institution with a real power to decide, which could be praised or blamed for its responsibilities. This would not only clarify the question about who holds the power, but it would also legitimize the decisions that are taken, thus making them more acceptable.

Then the second issue: While we still do not have a European supranational government – which means a European Federation – how can we try to convince the EU member states to change the path, in order to solve the crisis while saving the EU high living standards? It is my modest opinion that unfortunately it will be impossible, even with hundreds of academics’ signatures, to convince national leaders only with this kind of Manifesto. It is far too easy for them to answer that in times of crisis member states do not have enough resources to invest on new projects, therefore first we need to spare money, then we will think about making the European economy start again. This is what we have been listening to in the last few years. We should try to provide them with a more articulated solution then, by taking into account both the objectives and the means. As Tommaso Padoa Schioppa said, we should leave austerity to member states, and investment to the European level, because the added value of a certain amount of money invested at the supranational level is higher than the same amount invested at the national level, thanks to the economies of scale. Therefore, with a relatively small investment at the EU level, we could make the EU economy start again, while at the state level it seems impossible for the moment to invest on anything. By investing on R&D, we could create new jobs and focus on the green economy, improve the European competitiveness on the international level, and thus improve the European living standards in a qualitative instead of a quantitative way, by investing on a socially and environmentally sustainable development. That is why we should talk about development and not about growth. In order to do this, though, we need more resources at the EU level: As investments fall at the state level, a part of those resources which have been saved could be transferred at the EU level through a new set of ”own resources”, for example a European FTT, carbon tax or a reformed VAT. For these reasons the European federalists in many member states, together with many civil society organisations are promoting a European Citizens’ Initiative on a European Plan for Sustainable Development and for Employment.

This could be a tangible way to move toward a fairer economic and social model for the Europe of today, and for the next generations.


*Roberta Carbone: President of  GFE Torino (JEF Italy). TNF translation editor and member of the editorial staff of Eurobull and The Federalist Debate. Student at the Institute for European Studies in Brussels.

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