La Confederazione Europea dei Sindacati

La Confederazione Europea dei Sindacati : analisi un mese dopo la manifestazione del 14 novembre

di Roberta Carbone*

La CES ha dichiarato il 14 novembre scorso ”Giornata europea d’azione e di solidarietà” . Non si tratta della prima manifestazione paneuropea, ma probabilmente della mobilitazione di maggior successo degli ultimi anni.

La decisione di convocare questa manifestazione e le modalità di svolgimento dell’azione si possono trovare nella dichiarazione del Comitato esecutivo della CES, adottato in occasione della riunione del 17 ottobre 2012  : con questo documento è stato deciso di dare luogo ad una manifestazione diffusa in tutta Europa. Perciò ogni sindacato membro della CES era chiamato ad organizzare una manifestazione, sotto forme diverse, nel proprio Paese.

Per ritrovare i contenuti alla base di questa mobilitazione, bisogna fare riferimento al documento del giugno 2012 intitolato : ”Un patto sociale per l’Europa” . Con questo documento la CES presenta un piano d’azione per rispondere alla sfida che il sindacato deve affrontare in questo momento storico e che probabilmente costituisce anche una delle sfide più importanti che la CES abbia dovuto affrontare dalla sua nascita. Infatti, a partire dal 2010, gli Stati membri e le istituzioni europee stanno mettendo in atto una serie di politiche economiche restrittive, che mettono in pericolo lo stato sociale in Europa, il quale rappresenta la principale caratteristica distintiva del sistema economico europeo. È un fatto che i cittadini rappresentati dalla CES sono i più toccati da queste politiche di ”austerità”, ma anche, più in generale, dalla crisi economica in corso. Inoltre, questa crisi è europea e le soluzioni previste sono prese a livello europeo, seppur implementate a livello nazionale. Pertanto possiamo dire che la CES, la quale ha raggiunto un certo livello di autonomia e di riconoscimento istituzionale, potrebbe avere una vera possibilità di far passare le proprie rivendicazioni.

Sotto lo slogan ”No all’austerità”, diverse manifestazioni sono state organizzate in 28 Paesi europei (di cui 23 Stati membri dell’UE), su iniziativa di una cinquantina di sindacati nazionali, compresi uno dei sindacati italiani, i sindacati spagnoli, francesi e tedeschi. Uno dei primi elementi da sottolineare è la portata delle rivendicazioni sindacali: contrariamente a ciò che accadeva nelle precedenti manifestazioni della CES, dove le rivendicazioni restavano nazionali, nel caso della manifestazione del 14 novembre 2012 i sindacati nazionali hanno rivolto le proprie richieste principalmente al livello europeo, coscienti del fatto che le decisioni dei loro governi dipendono dalle decisioni prese in sede di Consiglio Europeo. Infatti in alcune città, per esempio à Bruxelles, erano presenti manifestanti da diversi Paesi europei: un’altra prova dell’europeizzazione di questa manifestazione. Diventa, quindi, interessante l’analisi dell’impatto mediatico a livello europeo di questo evento : i media – giornali, televisione, radio, internet sotto diverse forme – hanno tutti ripreso questo evento e tutti ne hanno sottolineato l’aspetto europeo.  La CES, che subisce spesso l’accusa di essere un’organizzazione sconosciuta ai più, è stata citata almeno una volta in quasi tutti i mezzi d’informazione che parlavano delle manifestazioni. Sfortunatamente, bisogna anche notare che l’interesse per le manifestazioni nazionali è scaturito prevalentemente dalle violenze che hanno avuto luogo in alcuni Paesi : questo tipo di interesse non dipende da questo evento paneuropeo in sé, quanto piuttosto dall’attenzione prestata ad ogni manifestazione che degeneri in episodi di violenza.

Un mese dopo lo svolgimento della ”Giornata europea d’azione e solidarietà” possiamo provare a tracciare un primo bilancio. Sebbene la manifestazione abbia avuto una visibilità abbastanza diffusa e nonostante le rivendicazioni fossero rivolte al livello europeo anziché nazionale, le ripercussioni dell’azione sulle decisioni europee sono state quasi nulle. I capi di Stato e di governo hanno generalmente risposto con delle affermazioni molto generiche in favore di misure di crescita economica, invece della semplice austerità : la frase che è stata ripresa maggiormente dai media è stata probabilmente quella della Cancelliera tedesca Merkel, che si è rivolta a tutti i cittadini europei, affermando che bisogna tenere conto di queste manifestazioni, ma che l’austerità resta necessaria.

Pertanto, bisognerebbe capire la causa dell’inefficacia di queste rivendicazioni sindacali. Probabilmente, la causa essenziale risiede nel fallimento della dimensione politica europea : infatti, sebbene il sindacato abbia infine europeizzato le proprie rivendicazioni, dopo una presa di coscienza dell’impossibilità di chiedere agli Stati di risolvere individualmente dei problemi continentali e mondiali, gli Stati europei non sono ancora giunti a questo stadio di consapevolezza. Le misure per combattere la crisi economica che sono state prese in questi ultimi anni sono il risultato di decisioni collegiali di cui nessuno vuole la responsabilità. In realtà, nessuna istituzione europea e nessuno Stato membro ha la piena responsabilità delle politiche di austerità che vengono messe in atto dai governi nazionali. In assenza di un centro di potere decisionale, la CES non trova alcun organismo al quale rivolgere le proprie rivendicazioni e che possa farsi carico di queste ultime. Pertanto, la domanda che ci si dovrebbe porre potrebbe essere: ”Una confederazione sindacale può fare di più senza una vera Europa politica?”. [1]

L’articolo è stato pubblicato su Eurobull.it il 17 dicembre 2012.


La Confédération Européenne des Syndicats : analyse un mois après la manifestation du 14 novembre

par Roberta Carbone*

La CES a déclaré le 14 novembre dernier « Journée européenne d’action et de solidarité » . Il ne s’agit pas de la première manifestation paneuropéenne, mais probablement de la mobilisation qui a eu le plus de succès dans les dernières années.

La décision de convoquer cette manifestation et les modalités de déroulement de l’action peuvent être retrouvés dans la déclaration adoptée par le Comité exécutif de la CES lors de la réunion du 17 octobre 2012  : avec ce document on a décidé de donner lieu à une manifestation diffusée en toute l’Europe, donc chaque syndicat membre de la CES était appelé à l’organisation d’une manifestation, sous formes diverses, dans son propre pays.

Pour retrouver les contenus à la base de cette mobilisation, il faut faire référence au document de juin 2012 avec le titre : ‘Un contrat social pour l’Europe’ . Avec ce document, la CES affirme son plan d’action pour répondre au défi auquel le syndicat doit faire face en ce moment historique et qui probablement constitue aussi l’un des enjeux les plus importants pour la CES depuis sa naissance. En effet, les États membres et les institutions européennes sont en train, à partir de 2010, d’appliquer des politiques économiques restrictives, qui mettent en péril l’état social en Europe, ce qui représente le caractère principal de distinction du système économique européen. Or, les citoyens qui sont représentés par la CES sont les plus touchés par ces politiques ‘d’austérité’, mais aussi, plus généralement, par la crise économique en cours. En plus, cette crise est européenne et les solutions visées sont prises au niveau européen, bien qu’elles soient implémentées au niveau national. Par conséquent, on peut dire que la CES, qui a atteint un certain niveau d’autonomie et de reconnaissance institutionnelle, pourrait avoir une vraie possibilité de faire passer ses revendications.

Sous le slogan de ‘Non à l’austérité’, des manifestations ont été organisées dans 28 pays européens (dont 23 États membres de l’UE), sur initiative d’une cinquantaine de syndicats nationaux, y compris l’un des syndicats italiens, les syndicats espagnols, français et allemand. L’un des premiers éléments à remarquer est la portée des revendications syndicales : contrairement à ce qui se passait au cours des précédentes manifestations de la CES, où les revendications restaient nationales, dans le cas de la manifestation du 14 novembre 2012 les syndicats nationaux ont adressé leur requêtes principalement au niveau européen, conscients que les décisions de leurs gouvernements dépendent des décisions prises dans le Conseil Européen. En effet, dans certaines villes, par exemple Bruxelles, des manifestants de plusieurs pays se sont rassemblés : un autre témoignage de l’européanisation de cette manifestation. Il est, donc, intéressant d’analyser l’impact médiatique de cet évènement au niveau européen : les médias – journaux, télévision, radio, internet sous formes diverses – ont tous repris cet évènement et tous en ont mis en relief l’aspect européen. La CES, qui subit souvent l’accusation d’être une organisation méconnue, a été nommées au moins une fois dans presque tous les moyens d’information qui parlaient des manifestations. Malheureusement, il faut aussi remarquer que l’intérêt porté aux manifestations nationales a été pour la plupart déclenché par les violences qui ont eu lieu dans certains pays : ce type d’intérêt ne dépends pas de cet évènement paneuropéen en soi, mais plutôt de l’attention dévolue à chaque manifestation qui dégénère en épisodes de violence.

Un mois après la mise en œuvre de la ‘Journée européenne d’action et de solidarité’, on peut essayer de faire un premier bilan. Bien que la manifestation ait eu une visibilité assez répandue et que les revendications aient visé le niveau européen plutôt que le national, les répercussions de l’action sur les décisions européennes ont été presque nulles. Les chefs d’État et de gouvernement ont généralement répondu avec des affirmations très génériques en faveur de mesures de croissance économique, au lieu de la simple austérité : la phrase qui a été reprise le plus dans les médias a été probablement celle prononcée par la Chancelière allemande Merkel, qui s’est adressée à tous les citoyens européens en disant qu’il faut tenir en compte ces manifestations, mais que l’austérité reste nécessaire.

Par conséquent, il faut essayer de trouver les raisons de l’inefficacité de ces revendications syndicales. Probablement, la cause essentielle réside dans l’échec de la dimension politique européenne : en effet, bien que le syndicat ait finalement européanisé ses revendications, après une prise de conscience de l’impossibilité de demander aux États de résoudre individuellement des problèmes continentaux et mondiaux, les États européens ne sont pas encore arrivés à ce stade. Les mesures pour combattre la crise économique, qui ont été prises dans ces dernières années, résultent de décisions collégiales, dont personne ne veut la responsabilité. En réalité aucune institution européenne et aucun État membre est porteur de la pleine responsabilité des politiques d’austérité qui sont mises en place par les gouvernements nationaux. En l’absence d’un centre de pouvoir décisionnel, la CES ne trouve aucun organisme auquel adresser ses revendications et qui puisse prendre en charge ces dernières. Partant, la question qu’on devrait se poser pourrait être : « Une confédération syndicale peut-elle faire plus sans une véritable Europe politique ? ». [1]

L’article a été publié sur Le Taurillon le 16 décembre 2012.


[1] Michèle MILLOT, Jean-Pol ROULLEAU, Les relations sociales en Europe, Paris, Éditions Liaisons, 2005, p. 352.


*Roberta Carbone: President of  GFE Torino (JEF Italy). TNF translation editor and member of the editorial staff of Eurobull and The Federalist Debate. Student at the Institute for European Studies in Brussels.

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Cerco parole
e nel silenzio
della meditazione
ascolto
incessante
il suono del mio dolore.
Incessante
come il tamburellare della pioggia sul tetto
mentre una musica risuona
ancora e ancora
sempre le stesse note
che ritornano
e riaprono
ogni volta
la stessa ferita.
Sento colare via lungo il mio corpo
goccia dopo goccia
la stanchezza
di un’esistenza vissuta troppo
e di un’esistenza che fatica a germogliare.

E poi la Poesia:
l’unica parte di me
capace di amare.

Roberta Carbone



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I democratici per gli Stati Uniti d’Europa


di Roberta Carbone*
30 settembre 2012
Eurobull.it

Il 28 settembre scorso, il segretario del PD Bersani è intervenuto ad un incontro organizzato dal circolo di Bruxelles del Partito Democratico, dal titolo significativo: ”I Democratici per gli Stati Uniti d’Europa”.

Una sala piena, molti giornalisti, un pezzo di Italia nella capitale dell’Unione Europea. Ciononostante, rispettando il titolo del convegno, Bersani non si è limitato alle considerazioni di carattere nazionale. Considerazioni che pure non sono mancate, come ci si poteva aspettare, in un fine settimana in cui aleggia la prospettiva di un cosiddetto ”Monti-bis”, seguito dalle relative congetture sulla reazione più o meno entusiastica dei leader dei partiti che appoggiano l’attuale governo. Le critiche a come il sistema Italia è stato gestito negli ultimi vent’anni, quindi, non sono mancate, così come non sono mancati i rimproveri al governo Berlusconi per il modo in cui è stata gestita la crisi europea fino all’arrivo del governo Monti.

Centrali, però, sono state le considerazioni riguardo l’Europa e la progettualità che queste implicano nel discorso di Bersani. Il segretario del PD ha posto prima di tutto l’attenzione sul significato del progetto di unificazione europea: nelle sue parole, l’Europa non deve essere concepita solo in quanto mercato unico o unione monetaria (tema peraltro affrontato anche dal Primo Ministro belga Elio di Rupo al congresso dei so******ti europei tenutosi oggi a Bruxelles), ma soprattutto come progetto di «civiltà». Ed è partendo da questo punto fondamentale che si snoda il discorso di Bersani: è necessario recuperare e rilanciare il progetto di unità europea che in questi anni è andato sfumando, lasciando solo un orizzonte senza ideali e senza prospettive. Bisogna recuperare la «luce» che il progetto europeo ha rappresentato e recuperare i valori che sono stati alla base di quel progetto, primo fra tutti la solidarietà.

Qui il Segretario del PD ha usato una delle sue metafore per descrivere la situazione politica in cui l’Unione Europea è venuta a trovarsi sul nascere della crisi: «L’Europa si credeva una cooperativa e si è ritrovata ad essere un condominio con le chiavi in mano a un commer******ta». Insomma, si credeva di aver creato un’Europa coesa, capace di prendere le decisioni importanti di concerto tra gli Stati membri, sempre tenendo in considerazione il valore della solidarietà e della parità tra questi, e invece ci si è ritrovati in un’Europa in cui ogni capo di Stato o di governo si recava a Bruxelles per portare avanti gli interessi del proprio Stato. È in quest’ottica, secondo il segretario del PD, che si è cercato di risolvere la crisi, ma, proprio in questo modo, la politica ha continuato ad arrancare, facendo dettare le condizioni ai mercati finanziari. Ed è proprio a questi ultimi, secondo Bersani, che gli Stati europei stanno cedendo la propria sovranità, non alle istituzioni europee, come, invece, sarebbe necessario.

Cessione della sovranità ad un prezzo, però: che i cittadini d’Europa possano partecipare, scegliere, decidere. La democrazia è la condizionalità che Bersani frappone alla delega di maggiori poteri alle istituzioni dell’UE ed è per questo che si rende necessario «aprire una fase costituente a livello europeo» a partire dall’area euro, perché «non possiamo farci paralizzare da chi non ci sta». Questo l’unico modo, secondo Bersani, per non lasciare gli strumenti democratici in mano ai partiti populisti, rimettendo il cittadino al centro dei processi decisionali. Un’utopia? No: l’ideale è la «luce», ciò che guida l’azione politica, la quale deve essere portata avanti con pragmatismo.

Un discorso ambizioso, dunque, che punta in alto, ad una Costituente per l’Europa, per rilanciare il progetto federale europeo. Finalmente, forse, la classe politica inizia a capire che gli Stati da soli non saranno in grado di uscire da questa crisi – che non è solo economica, ma soprattutto politica e sociale. Le percentuali di disoccupazione giovanile che aleggiano sul continente europeo ci fanno pensare ad un’Europa senza futuro e senza speranza. Le disuguaglianze, la disoccupazione, la scarsa partecipazione dei cittadini alla vita politica portano allo scaturire di disordini sociali e intolleranza. Quale classe politica vorrà assumersi la responsabilità di aver oscurato il futuro delle nuove generazioni? Far rivivere il sogno europeo significa far rivivere la democrazia ed i valori che hanno permesso più di 60 anni di pace sul nostro continente.



* L’autrice è presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea

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O l’Europa sarà unita, oppure non conterà nulla!


di Roberta Carbone*
23 settembre 2012
Eurobull.it

Il 19 settembre scorso il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz è stato protagonista di un dibattito organizzato dall’Università Libera di Bruxelles e dall’Istituto di Studi Europei, insieme con due esponenti politici belgi, Didier Reynders e Paul Magnette, e due esponenti del mondo accademico, Mario Telò e Guy Haarscher. Una prima assoluta questa, in quanto per la prima volta Schulz si prestava ad un dibattito in questa università.

Motivo in più, forse, per aspettarsi una presa di posizione forte e decisa, soprattutto dopo il discorso sullo Stato dell’Unione che il Presidente della Commissione Barroso ha tenuto di fronte al Parlamento Europeo il 12 settembre scorso e che ha suscitato l’entusiasmo di tutto il Parlamento Europeo. Tuttavia quel coraggio che si credeva ormai d’obbligo, in un’Europa che continua ad arrancare in una crisi – più politica che economica – senza fine, è mancato ancora una volta.

Il discorso di Schulz si è aperto con un’affermazione forte: « L’Europe est mortellement menacée». A partire da questo assunto, il Presidente del PE ha tessuto le lodi del metodo comunitario, da recuperare in opposizione al metodo intergovernativo; questo al fine di recuperare un equilibrio tra i poteri delle diverse istituzioni europee, il cui peso sarebbe sbilanciato a favore del Consiglio Europeo. Il metodo comunitario, insomma, sarebbe quell’elemento che fa sì che in Europa non si verifichi un’imposizione del potere dei più forti sui più deboli, che ha permesso negli anni l’affermazione della pace e della democrazia in Europa. A chi sarebbe da imputare, dunque, la responsabilità di questo sbilanciamento di poteri in Unione Europea? I capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio Europeo sono i principali (e forse unici, a suo giudizio) responsabili: essi hanno privilegiato il metodo intergovernativo delle decisioni all’unanimità al metodo comunitario delle decisioni prese a maggioranza. Secondo il Presidente del PE, il Consiglio Europeo si sarebbe arrogato il diritto di svolgere le funzioni di governo dell’Unione Europea, mentre sarebbe «necessario un giusto compromesso tra i differenti interessi rappresentati dalle diverse istituzioni (europee)». Se, però, dobbiamo considerare il Consiglio Europeo come il governo dell’Unione, prosegue Schulz, allora dovremmo anche tracciare un resoconto del suo operato: ben pochi sono stati i successi, il che permette al Presidente di dire che un tale governo non verrebbe mai rieletto a livello nazionale.

È proprio a questo punto che ci si aspetterebbe che il Presidente del Parlamento Europeo tracciasse le dovute conclusioni: solo un’Unione Europea federale potrebbe assicurare un equilibrio tra i poteri delle istituzioni, nonché un governo europeo legittimamente eletto dai cittadini ed un Parlamento europeo con maggiori poteri, che possa proporre le giuste riforme al fine di tutelare gli equilibri economici e sociali in Europa e il diritto dei cittadini europei all’uguaglianza, anziché essere considerati di prima o di seconda classe. Ebbene, nulla di tutto ciò è scaturito dalle parole di Schulz, il quale, fondamentalmente, si è limitato a proporre una critica, spesso sarcastica, dell’operato del governo tedesco, alla guida di questa Unione Europea che non riesce ad uscire dalla crisi: un governo, quello di Angela Merkel, che rischia di rendere la Germania «troppo grande per l’Europa e troppo piccola per il mondo», che ha trascurato la dimensione sociale dell’integrazione europea e al quale, infine, può essere addebitata la responsabilità maggiore per i fallimenti europei di questi ultimi anni. Insomma, quello di Schulz sembrava più un’arringa da campagna elettorale, che il discorso di un presidente che si confronta con l’impotenza dell’istituzione che rappresenta, il Parlamento Europeo. Se, infatti, il Consiglio Europeo non è stato in grado di risolvere la crisi e ha preferito un ritorno al metodo intergovernativo, facendo numerosi passi indietro rispetto ai progressi fatti con il Trattato di Lisbona, bisogna anche considerare quale è stato il ruolo del PE in tutta questa vicenda: il PE ha delegato al Consiglio Europeo tutti i poteri, accontentandosi di rare e poco ambiziose iniziative. I nostri europarlamentari, eletti direttamente dai cittadini, avrebbero il dovere di far sentire la propria voce: mentre nei media si discute ormai apertamente sia della dissoluzione dell’eurozona che della creazione di una federazione europea, il dibattito in Parlamento è stagnante. Ci si potrebbe chiedere perché l’unica istituzione veramente rappresentativa dei cittadini dell’Unione Europea non abbia ancora preso l’iniziativa per una riforma dei trattati o, anche meglio, per dar vita ad una Costituente per l’Europa, che finalmente possa dotare quest’Unione di una Costituzione, che determini diritti e doveri di tutti i suoi cittadini e degli Stati, che metta fine alla ”dittatura” del Consiglio Europeo sulle altre istituzioni, che permetta, insomma, all’UE di diventare uno Stato federale.

Ci si sarebbe aspettati che un europarlamentare della S&D – uno dei due gruppi più importanti al PE – quale Schulz è, facesse almeno riferimento alla necessità che nelle prossime elezioni europee i partiti propongano dei candidati per la presidenza della Commissione europea, anziché lasciarne la nomina, sostanzialmente, ai governi.

Ci si sarebbe aspettati che il Presidente del Parlamento Europeo, davanti ad una platea di studenti, non si limitasse allo slogan « O l’Europa sarà unita, oppure non conterà nulla! », ma che portasse speranza, infondendo fiducia nell’unica istituzione veramente rappresentativa dei cittadini europei. I giovani europei non hanno bisogno di parole vuote, ma di poter credere che l’Europa possa offrire loro la speranza nel futuro. Tutto questo, nelle parole di Schulz, non c’era.

* L’autrice è presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea

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Una tazza di té

Tra tutti i tavoli
ho scelto il più solido

perché un té dà serenità
ma anche certezze
e fermezza di spirito

una tazza di té
può far prendere decisioni coraggiose
e coraggiosamente abbandonare tutto
per un momento
o per sempre

ma una tazza di té
può anche aiutare a scomparire
in se stessi o nel mondo circostante

forse per questo
tra tutti i tavoli
ho scelto il più semplice.


Roberta Carbone

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… come l’acqua di sorgente scorre sui sassi
il pensiero di te scorre su queste mie interminabili ore

e come l’acqua leviga ciò che trova al suo passaggio
così la presenza costante della tua essenza fra i miei pensieri
modella il mio essere
nella speranza che quest’interminabile attesa
giunga infine al termine…

Ma tu,
amore,
a cosa starai pensando?


Roberta Carbone

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Festa della Liberazione 2012 – Torino

Di seguito è riportato l’intervento della presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea in occasione della Fiaccolata per la Festa della Liberazione, tenutasi nella serata del 24 Aprile 2012 a Torino.

25 Aprile 2012
Per una Nuova Resistenza


Buona sera a tutti,

lo scorso anno su questo palco, davanti a chi come me si trovava qui a ricordare, ma soprattutto a festeggiare l’anniversario della Liberazione, mi era sembrato che fosse importante capire le ragioni del distacco dei più giovani dagli ideali della Resistenza, cui anche l’ideale di un’Europa unita appartiene. Non dimentichiamo, infatti, che il Movimento Federalista Europeo è stato fondato da Altiero Spinelli nel 1943 e poggia le sue fondamenta proprio sui valori di democrazia, solidarietà e pace portati avanti dalla Resistenza.

Ci eravamo detti che ormai il benessere porta noi giovani a non ritenere più attuali i sogni del secondo dopoguerra, ma che comunque resta importante ricordare che la Resistenza non è finita, perché gli ideali che porta con sé devono sempre essere tenuti vivi, altrimenti la negligenza rischia di diventare abbandono.

Quest’anno, però, ricordare a tutti noi quanto sia importante tenere alti i valori della Resistenza non basta.

La democrazia in Europa è più che mai a rischio e guardare ogni giorno l’andamento dello spread non basterà a salvare la democrazia da possibili derive. L’ondeggiare dello spread e la crisi economica stessa sono soltanto sintomi di qualcosa di decisamente peggiore. Non credo di dover essere io a ricordare che è stata una crisi economica mondiale spaventosa a precipitare nel caos l’Europa negli anni ’30 del Novecento. Quel caos ha determinato in parte lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, perché ha animato le arringhe di personalità che non hanno fatto altro che dare delle risposte – estreme, sia chiaro – a quesiti che non ricevevano risposte concrete da nessun’altra fonte.

Il rinascere dei nazionalismi oggi in Europa e in Italia e l’affermarsi di un nuovo nazionalismo in regioni del mondo che prima d’ora non hanno avuto l’occasione di sfruttare questa potente fonte di legittimazione, non dovrebbe solo farci riflettere, ma dovrebbe farci risvegliare dal torpore.

E se chi ha più anni e più esperienza alle spalle ha il dovere di dare l’esempio, i più giovani devono capire che questo è il momento di agire, per dar vita ad una Nuova Resistenza! Non si tratta di imbracciare le armi, ma di utilizzare gli strumenti che i nostri sistemi democratici ci forniscono: a differenza dei giovani nelle piazze della Primavera Araba, noi non ci troviamo di fronte a regimi autoritari da capovolgere, ma di fronte alle sfide che il nostro tempo e le nostre società pongono al sistema di valori e di diritti che i nostri genitori, nonni e bisnonni hanno duramente conquistato.

Oggi festeggiare l’anniversario della Liberazione non significa più solo ricordare. Oggi è giunto il momento di agire per preservare e rinvigorire i valori della Resistenza: la democrazia, la solidarietà, la pace. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi l’Europa unita ci ha dato tutto questo, ma oggi quella stessa Europa rischia di tradire i suoi stessi valori fondanti e, così, di scomparire.

Dobbiamo allora recuperare i valori della Resistenza, che hanno anche guidato i padri fondatori dell’Europa unita, per riportare all’ordine del giorno i diritti di ogni cittadino, affinché l’Europa unita torni ad essere il motore ed il garante della democrazia europea, una democrazia che forse gli Stati nazionali non sarebbero mai riusciti ad affermare e consolidare da soli, senza l’appoggio ed il sostegno l’uno dell’altro.

Per questo, questa sera, mi piacerebbe portare un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro, perché non ci debbano più essere altri ”25 aprile” nella storia europea, semplicemente perché non ci dovranno più essere minacce, miseria e distruzioni a cui una ”liberazione” debba porre rimedio.

Grazie


Maggiori info su: www.mfetorino.it

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Dai popolari ai socialdemocratici: l’integrazione europea oggi passa dai partiti

di Roberta Carbone*, 22 Marzo 2012, Eurobull.it

In un periodo di crisi, economica e politica, in cui bisogna destreggiarsi tra governi tecnici veri o presunti, emergenze nazionali o nuovi nazionalismi, stravolgimenti dei meccanismi democratici in nome di obblighi apparentemente imposti dall’esterno, dobbiamo nondimeno considerare alcuni silenziosi ma importanti passi verso una vera e propria rivoluzione politica e partitica in Europa.

Durante la campagna per le elezioni europee del 2009 diverse voci  si sono alzate a favore di un cambiamento radicale nel modo di condurre il dibattito e la competizione politica: si chiedeva ai partiti di tutta Europa di poter avere una campagna elettorale a livello europeo, come primo passo verso l’istituzione di vere e proprie elezioni su base transnazionale. I cittadini europei, si diceva, devono essere messi nelle condizioni di poter dare la propria preferenza ai candidati di qualunque paese dell’Unione Europea, all’interno di veri e propri partiti europei. Tra queste voci, quella della Gioventù Federalista Europea da anni si erge a favore di uno sviluppo in questo senso e anche in occasione delle elezioni del 2009 non ha mancato di far sentire la propria voce, non da ultimo con il seminario organizzato a Parigi nell’aprile 2009 proprio su questo tema.

A queste voci si è recentemente aggiunta quella di Andrew Duff, europarlamentare del gruppo ALDE che ha proposto all’inizio del 2011 una riforma del meccanismo elettorale del Parlamento Europeo, che prevede l’elezione di un gruppo di europarlamentari (nel numero di 25) sulla base di una lista transnazionale, in aggiunta al numero di europarlamentari già previsti ed eletti su base nazionale.

Dobbiamo constatare, però, che finora non si è ancora giunti ad una riforma elettorale europea.

Ciononostante dobbiamo anche prendere atto del fatto che qualcosa si sta muovendo: una crisi del sistema europeo è stata ancora una volta la miccia che ha innescato il cambiamento. In questi ultimi mesi, infatti, una nuova consapevolezza si sta affermando nei partiti degli Stati membri dell’UE e, ancora una volta, è stato il motore franco-tedesco a far partire questo processo: da destra a sinistra, i leader dei maggiori partiti europei si coalizzano e si sostengono l’un l’altro per l’approvazione dei piani europei a livello nazionale e per rafforzare le rispettive campagne elettorali.

È stata la Cancelliera Merkel a dare avvio a questa pratica già alcuni mesi fa con celati segnali di sostegno al Presidente francese Sarkozy, fino alla dichiarazione esplicita – nel febbraio di quest’anno – di appoggio alla campagna elettorale del collega, all’interno della «famiglia politica» del Partito Popolare Europeo. Accolta con calore da alcuni e con freddezza da altri, nel timore che questo appoggio potesse risultare scomodo per il candidato Sarkozy, che punta sempre più su una visione nazionalistica delle sfide poste dalla crisi e dalla globalizzazione e che temeva di alienarsi in questo modo il favore dell’ala più a destra dell’UMP, l’idea della Cancelliera Merkel è piaciuta particolarmente ai socialdemocratici europei.

Lo scorso 17 marzo, infatti, i leader dei maggiori partiti progressisti d’Europa si sono ritrovati a Parigi in occasione del convegno ”Renaissance pour l’Europe” (rinascita per l’Europa), organizzato dalle fondazioni FEPS, Jean Jaurès, Italiani Europei e Friedrich Ebert. Presenti all’incontro, tra gli altri, il candidato so******ta alle elezioni presidenziali francesi François Hollande, il leader del partito socialdemocratico tedesco (SPD) Sigmar Gabriel, il leader del PD Pier Luigi Bersani, il Primo Ministro belga Elio di Rupo e il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. «Quando l’Europa indietreggia – ha affermato il candidato alla presidenza francese Hollande – i conservatori possono rimanere sulla stessa linea. I progressisti no.»

Insomma, sembra che la sinistra europea stia trovando nuovo slancio proprio nell’Europa e nel sostegno reciproco, nell’ottica di una nuova progettualità e per ridare vita alla speranza e alla fiducia nel futuro. Sempre nelle parole di Hollande: «Le sorti del movimento so******ta e socialdemocratico sono strettamente legate allo sviluppo dell’Europa, e l’Europa è strettamente legata alla causa del progresso.» Il candidato so******ta si fa candidato non solo dei Francesi, ma cerca l’appoggio dei progressisti europei, per sviluppare quella che, nelle sue parole, dovrà essere un’Europa «della crescita, del lavoro, della giustizia e della solidarietà». Così «il so******ta francese François Hollande diventa la speranza dei socialdemocratici di tutta Europa», come scrive il Financial Times Deutschland lunedì 19 marzo.

Dunque, in un momento buio per la politica europea, in cui aleggiano proposte a favore della sospensione temporanea della democrazia in nome dell’attuazione dei piani di austerità concordati a livello internazionale, un barlume di luce si intravede: l’Europa, così come era nel disegno dei suoi padri fondatori, rigenera la democrazia europea e le dà nuovo slancio, a partire dalla collaborazione transazionale dei partiti politici, fino a raggiungere più importanti e decisivi obiettivi verso una maggiore democratizzazione delle istituzioni europee – dalle elezioni del Parlamento Europeo su liste transnazionali all’elezione diretta del Presidente della Commissione europea.

Tuttavia, a fronte di questi importanti e positivi sviluppi della politica europea, i federalisti e la società civile devono continuare a vigilare sull’azione dei capi di Stato e di governo europei, affinché non si adeguino alla soluzione più facile, ossia la centralizzazione del potere senza democratizzazione. Questa potrebbe costituire una pericolosa deriva per il progetto dell’unificazione dell’Europa, che è nato con l’obiettivo di creare un’Europa pacifica e costruita sulla democrazia e sul consenso, non sulla dominazione e sulla volontà del più forte.

Per concludere, vorrei riprendere ancora una volta le parole del candidato alla presidenza francese Hollande, che ci ricorda come l’Europa sia «una speranza» e debba restare «il nostro futuro». Sperando che queste non siano solo vane parole, ma il punto di partenza per una progettualità europea lungimirante – sia a sinistra che a destra –, mi auguro che il ”sogno europeo” possa rinascere e restituire la fiducia nel futuro ai giovani di tutta Europa.



*Presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea

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Come il profilo delle montagne
aguzze sono le tue parole
aspre le tue pendici
irti di pericoli i sentieri che portano a te.
Ma come il prato ed i fiori
che abitano quelle montagne
meravigliosa è la meta
di quel cammino verso di te.
E mentre ripenso
a ciò che avrei potuto fare per raggiungerla
già so che ormai ho perso il mio sentiero
e intrappolato in questo bosco
in silenzio medito
su quale sia la strada
che potrà riportarmi a casa.


Roberta Carbone

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Lo sguardo nazionale del ‘giovane’ Renzi

giovedì 17 novembre 2011, di Nicola Vallinotto*

Da osservatore esterno ho letto con molta curiosità i contenuti innovativi della proposta programmatica elaborata dall’assise convocata dal sindaco di Firenze Matteo Renzi alla Stazione Leopolda. Ho cercato, in particolare, di trovare alcune idee che potessero mostrare una possibile via di uscita dalla crisi economica, politica, sociale e ambientale in cui versa la nostra cara e vecchia Europa.

Il continente europeo e il mondo intero stanno, infatti, vivendo una crisi economica peggiore di quella del 1929; la crisi finanziaria originata dai subprime iniziata negli Usa nel 2008 si è ora allargata all’intero pianeta. A tre anni di distanza tocca al Vecchio continente pagarne le conseguenze. I costi della non Europa, ovvero di una Unione europea con una moneta unica ma senza una politica fiscale e una politica economica veramente europee, si stanno riversando sui cittadini europei e, in particolare, sui giovani che non hanno più serie prospettive di crescita di miglioramento della propria condizione e, anzi, per la prima volta cominciano a rimpiangere lo stile di vita dei propri genitori verso i quali sono debitori dell’unico welfare che li consente di porre, finchè dura, un argine a un processo di globalizzazione neoliberista senza freni né controlli. Il welfare familiare si sta esaurendo e le conseguenze le vediamo manifestarsi con le iniziative degli indignati che dalla Spagna si sono replicate in tutti i paesi europei.

La lettura dei 100 punti programmatici della Leopolda evidenzia la mancanza del tema europeo e si concentra sul nostro paese come se vivessimo in un mondo a parte. Se da un lato è pur vero che per innovare occorre partire dai luoghi più vicini al cittadino – dalla città, dalle regioni e dal nostro paese in primis – dall’altro non si può prescindere dai livelli decisionali sovranazionali a cominciare dall’Europa. Come cittadini europei responsabili non possiamo non fornire il nostro contributo per innovare l’Europa, oltreché l’Italia. La costruzione di una democrazia nazionale non sarà mai possibile senza la realizzazione di una democrazia globale.

Ebbene di tutto questo non v’è traccia nei cento punti della Leopolda. Potrebbe essere semplicemente una dimenticanza oppure potrebbe indicare una lacuna culturale macroscopica che non è riuscita a porre nella giusta dimensione, quella sopranazionale e cosmopolita, le articolate proposte per rinnovare l’Italia.

Pare incredibile che di fronte alla grave situazione in cui si trovano il nostro Paese, la Grecia e l’intera Europa, ovvero il rischio di insolvenza dei debiti sovrani e il conseguente crollo dell’Euro, non trovi spazio nelle ben 100 proposte, neanche per errore, un punto che affronti il tema Europa e offra una soluzione al livello opportuno.

Eppure il titolo del primo dei temi trattati faceva ben sperare: ”Riformare la politica e le istituzioni”. In questa prima parte delle 100 proposte l’orizzonte è quello nazionale. Le proposte vanno dalla fine del bicameralismo, all’abolizione del Porcellum ma nulla viene detto sull’Unione europea eppure più del 70% della legislazione italiana è una derivazione di quella europea. L’Unione europea è la nostra casa. Noi tutti siamo cittadini europei come ha sottolineato in una recente intervista a Otto e mezzo Eugenio Scalfari. E come tali non possiamo esimerci da esprimere il nostro punto di vista sulle istituzioni europee e su come vorremmo fossero riformate per completare il processo di democratizzazione dell’UE. Come ha fatto, per altro, Nicola Zingaretti nel suo manifesto politico con il quale ha indicato dieci mosse per cambiare l’Italia. La prima mossa riguarda proprio l’Europa: lanciare una campagna per l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea, per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico e costituire un punto di riferimento unico per portare le nostre esigenze con più forza in tutte le sedi internazionali. Zingaretti ha creato un ponte con i giovani indignati che in tutta Europa chiedono ‘democrazia reale’ affermando che ”Quelle piazze pongono alla politica un grande interrogativo: chi è che decide? Come si decide? E dove? Emerge il tema della conquista di un nuovo spazio decisionale visibile, efficace, democraticamente controllato.” La sua risposta sottolinea come ”L’Europa economica non basta più, ma l’Europa politica non ci sarà mai se non sarà Europa democratica: nell’era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente sapere chi decide e controllare direttamente l’iter delle scelte”. E conclude ponendo la sfida del”l’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa e di un governo europeo che, sulle grandi questioni globali, possa imporsi con autorevolezza sull’impotenza delle trattative estenuanti e i veti dei governi nazionali.”

Ed anche i temi successivi (dei 100 punti della Leopolda) dedicati a crescita, ricerca e sviluppo potevano dar spazio a soluzioni europee invece di focalizzare le proposte nel solo ambito nazionale. Di diverso tenore, giusto per fare un confronto, il documento programmatico del PD intitolato ”Italia-Europa. Un progetto alternativo per la crescita’ dove vengono indicate quattro linee di policy tutte europee per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale: 1. Un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobonds) garantiti in modo collettivo; 2. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax ed il rafforzamento della tassazione ambientale, 3. Uno «standard retributivo» europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. 4. Una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie.

Tornando ai 100 punti della Leopolda – come già ribadito – non vi è spazio alcuno dedicato all’Europa. Gli innovatori che hanno risposto alla chiamata del giovane Renzi non hanno formulato neanche una proposta su come uscire dalla crisi europea dei debiti sovrani che rischia di far fallire non solo la moneta unica ma l’intero edificio europeo.

Gli unici due punti in cui vengono sfiorati temi che superano i confini nazionali sono la razionalizzazione delle missioni italiane all’estero e la strategia per il Mediterraneo in trasformazione. Purtroppo per entrambi le soluzioni indicate sono sempre e solo nazionali.

E’ pur vero che qualcuno potrebbe rispondere che l’Europa e’ uno spazio troppo grande ed esogeno alla prospettiva concreta di un sindaco ma è anche vero che chiunque abbia la mira di candidarsi alla leadership di un partito, che voglia indicare un percorso di rinnovamento e fornire una speranza a milioni di giovani precari, non può omettere del tutto la dimensione europea della politica e della democrazia. Nel mondo globalizzato del XXI secolo locale e globale si intersecano vicendevolmente. Chi opera a livello locale, come un sindaco, non può prescindere dagli effetti di decisioni che vengono prese a livello globale a cominciare da quello europeo.

Il sindaco Renzi e i partecipanti della Leopolda per contribuire in modo efficace all’innovazione e al progresso del nostro Paese oltrechè alla costruzione di una democrazia glocale (dal locale al globale e viceversa) dovranno adottare quello che il sociologo Ulrich Beck chiama lo sguardo cosmopolita, l’unico che consente una visione complessiva, e non deformata dalle lenti nazionali, del mondo in cui viviamo.

Con tale sguardo sarà possibile restituire alla politica il primato sull’economia e su una finanza che si muove a livello globale e specula sulle debolezze e sulle divisioni dei singoli governi nazionali.



* Membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo. Ha curato con Simone Vannuccini il volume collettivo ”Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo” edito da ombre corte nel 2010

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