L’Europa ha buttato giù Berlusconi

Mercoledì 9 Novembre, di Antonio Longo*


La lunga notte è finita. Nel modo giusto politicamente. Non sono stati gli scandali, pubblici e privati, che hanno costellato la vita legalmente ‘avventurosa’ e ‘border line’ del premier. Né il livello di moralità pubblica e privata cui da anni ci ha abituati. Tantomeno la capacità dell’opposizione che in tutti questi anni non ha mai prodotto uno straccio di programma alternativo.


E’ stata l’Europa a buttarlo giù. Il berlusconismo non è soltanto una forma di governo, ma un ‘blocco di potere’ sociale, economico e politico. La fine della sovranità nazionale sul debito lo ha messo in crisi perché ha evidenziato che per raddrizzare il Paese non serve procedere con i ‘tagli lineari’ della spesa pubblica e non è nemmeno sufficiente annunciare una riforma pensionistica (quale?). Ma occorre prendere misure ben più drastiche ed incidere là dove vive e prospera il bacino sociale ed elettorale del berlusconismo. In estrema sintesi, occorre cominciare a colpire seriamente l’evasione fiscale e ad introdurre una patrimoniale di tipo strutturale.


Ma un ‘blocco di potere’ può cominciare a sfaldarsi solo sotto i colpi di un potere più forte, che presenta il conto dello sfascio del Paese. Ed il conto del risanamento finanziario Paese poteva presentarlo ed esigerlo solo un potere ‘più forte’ di quello nazionale, quello europeo. Questo potere si sta manifestando, in forme imperfette e discutibili, ma si sta manifestando. Dalla lettera della BCE del 4 agosto in poi è stato un crescendo di richieste che l’Europa ha avanzato, con toni ultimativi, esprimendosi come un potere europeo ‘di fatto’ nei confronti di uno Stato membro dell’Unione. Questo potere è stato da ultimo certificato nella dichiarazione della Presidenza della Repubblica Italiana di oggi (8 novembre) in cui si esprime ”viva preoccupazione per l’urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei con l’approvazione della Legge di Stabilità, opportunamente emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione europea”.


La crisi nazionale del debito sta dunque producendo il ‘potere europeo’ perché sta ponendo fine alla separazione tra la politica nazionale e quella europea. Ciò avviene perché si va a toccare il livello e la qualità della spesa pubblica, l’ultima vera sovranità che è rimasta a livello nazionale e che costituisce la base e la forza della politica nazionale: l’insieme degli interessi materiali che attorno ad essa determinano il consenso politico. Questa ultima ‘enclave’ è attaccata dalla crisi del debito e da questa crisi sta emergendo il potere europeo, come risposta alla crisi fiscale dello stato nazionale.


Tocca ai federalisti battersi perché questo potere diventi rapidamente democratico e legittimo di fronte agli occhi dell’opinione pubblica europea che non può evidentemente accettare che una perdita di sovranità nazionale (di cui tutti ora sono improvvisamente consapevoli) vada a favore di organi politici e/o finanziari non legittimati democraticamente. E che rischia di produrre un risentimento ‘nazionale’ alimentato a destra dal populismo e a sinistra da velleitarie ed inconcludenti proteste.


Occorre far comprendere ai cittadini che la perdita di sovranità nazionale può essere recuperata solo con la sovranità europea. E che la via maestra è la battaglia per la democrazia europea, quale vettore per la nascita di un governo federale attorno all’istituzione che può essere legittimata dal voto europeo: la Commissione.


 

* Membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo, Direttore del Circolo culturale ”Altiero Spinelli” – Milano

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Anniversario della Carta Sociale Europea 2011

Di seguito è riportata la trascrizione dell’intervento del Presidente torinese della Gioventù Federalista Europea, Roberta Carbone, in occasione del dibattito ‘A cinquant’anni dalla Carta Sociale Europea: bilancio e prospettive‘, organizzato da: Città di Torino, MFE, CGIL-CISL-UIL, CESI, AICCRE, GFE.

50° Anniversario della Carta Sociale Europea

19 Ottobre 2011

Sala del Consiglio Comunale
Torino


Riflettendo sul significato di questa giornata e di questo dibattito mi sono posta una domanda, che ora pongo a voi, soprattutto ai più giovani: ”quale può essere il pensiero peggiore quando apro gli occhi il mattino?” O, per dirla in altro modo: ”che cosa mi dà la forza di iniziare una nuova giornata ogni mattina quando apro gli occhi?”

Mi sono anche data una risposta: ”avere un progetto per la mia giornate per quelle future”, cioè sapere che c’è qualcosa che dà un senso alle mie giornate.


E questo è vero sia nella sfera privata che in quella pubblica: la realtà è che il fatto di avere di fronte a me un PROGETTO mi dà la speranza per poter perseverare, perché so che di fronte a me c’è un futuro e che io ho il potere di plasmarlo, di modellarlo.


La SPERANZA, quindi, è ciò che rende una società SANA, mentre la RASSEGNAZIONE, il FATALISMO, mummificano le persone e la società, perché fanno sì che tutto si ripeta sempre uguale a se stesso. Questa, purtroppo, è la condizione presente della società italiana ed europea: i cittadini, soprattutto i giovani che non hanno avuto neppure un assaggio di quella speranza, vivono nella rassegnazione.


Ma, come vediamo in questi giorni, in questi mesi, sempre meno gli Europei sono disposti ad arrendersi a questo: in tutta Europa i cittadini stanno manifestando il loro RIFIUTO  per questa situazione di stallo.


Allora vi dico che è qui che deve scendere in campo la politica; come orientare tutta questa INDIGNAZIONE? I giovani non ne possono più di sentirsi dire che devono vivere nel presente, in una condizione precaria – e non solo dal punto di vista lavorativo, perché sappiamo che questo ha delle ripercussioni su tutti gli aspetti della vita di una persona – perché non c’è certezza nel futuro.


Per questo tutta l’indignazione e l’insofferenza devono essere orientate verso un grande progetto politico, che catalizzi le energie e ridoni dignità alle parole FUTURO e SPERANZA. Solo un grande progetto può fare questo.


La Gioventù Federalista Europea, insieme a tutti coloro che pensano che sia arrivato il momento di agire, ha un’idea riguardo a questo progetto: si tratta di un Piano europeo di Sviluppo sostenibile, per unire le risorse e creare progetti comuni, nel rispetto dell’ambiente e con l’obiettivo di rilanciare l’economia, ma con un risparmio di risorse grazie alla creazione di progetti comuni, ad esempio nel campo della ricerca scientifica. Questo Piano può essere promosso concretamente attraverso lo strumento dell’Iniziativa dei Cittadini Europei, introdotto dal Trattato di Lisbona. Si tratterebbe, chiaramente, di un progetto intermedio, attuabile in tempi brevi; resta fermo, però, l’obiettivo finale, ossia la creazione della Federazione Europea.


Ma ribadisco che la progettualità è prerogativa della politica, che non deve nutrirsi solo di obiettivi intermedi, ma anche e soprattutto di grandi idee, quelle che danno speranza e fanno progredire la società.



Roberta Carbone
Presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea
www.mfetorino.it


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Potrai posare su di me le tue mani

quando avrai bisogno

di un’ancora nel mondo

 

Potrai posare su di me i tuoi occhi

quando avrai paura

di esserti allontanato troppo

 

Potrai posare su di me la tua bocca

quando avrai vergogna

di dire ciò che senti dentro

 

Quando poi ti sentirai sicuro

di aver fatto la cosa giusta

voltati ancora indietro

affinché io possa posare su di te

le mie mani

i miei occhi

la mia bocca

perché a volte

anche io mi ritrovo ad aver

bisogno

paura

vergogna.

 

 

Roberta Carbone

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L’Unione e l’intersezione. A favore dell’Europa federale

martedì 21 giugno 2011, di Simone Vannuccini*, Eurobull.it

 

L’Europa è in fermento. Le conquiste di Sessant’anni di integrazione e progettualità politica vengono messe in discussione, cittadini indignati scendono in piazza a rivendicare la bellezza, l’importanza ed il senso profondo della gestione della ”cosa pubblica”, governi conservatori si alternano e personalità autorevoli vengono screditate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Sembrerebbe proprio un contesto ideale, un terreno fertile, un momento propizio per il cambiamento, per il salto di qualità istituzionale del Vecchio continente, verso quell’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa che ancora risuona nei dibattiti, negli articoli di giornale, nelle prese di posizione dei partiti veramente ”progressisti”, e che forse potrebbe risuonare ancor di piú nei grandi orizzonti di pensiero e d’azione aperti dalle trasformazioni globali.

Andiamo con ordine: mentre tutto il Mondo si impegna a studiare quello strano esperimento, ibrido politico-economico, costruzione post-moderna e – auspicabilmente non – post-sovrana che è l’Unione (europea), a mio avviso molto di piú ci sarebbe da vedere, capire e riflettere nello studiare gli eventi da una prospettiva differente; come sa chi si è introdotto un poco fra le proprietà degli insiemi, all’Unione si affianca sempre l’intersezione. Ed é proprio sull’intersezione, piuttosto che sull’Unione, che vorrei porre l’accento: intersezione di dinamiche differenti, certo, di rischi ed opportunità, di incentivi e di istinti conservatori, di scelte fatte e di scelte ancora da fare.
 

La prima intersezione riguarda la Politica estera, la Difesa e l’economia: nel bel mezzo di quella che è stata definita una once-in-a-lifetime crisis (la più grave dal 1929), mentre una – quasi – inaspettata ondata di rivolte travolge il Nord-africa e il mondo arabo, l’Europa appare inerme: il suo fermento interiore non si tramuta in energia – cinetica, potenziale, o qualsivoglia – verso l’esterno. Il motivo lo conosciamo bene, si chiama Ragion di Stato, si chiama principio di conservazione del potere a livello nazionale, anche se ormai gli stati nazionali europei, poverelli, sono ancora meno rilevanti di quando Luigi Einaudi gli dedicava l’appellativo di ”idolo immondo” e ”polvere senza sostanza”. Rinunciare alla sovranità nazionale è difficile, certo, ma è proprio la logica dell’intersezione a suggerirci che la strada non puó essere altro che quella di più, e non meno, Europa: potenze emergenti dalle dimensioni continentali, primavere rivoluzionare e dittatori coriacei, necessità di sostenere finanziariamente i nuovi venti democratici nei Paesi in via di sviluppo e al contempo necessitá di sfuggire all’incubo della disoccupazione, della disgregazione sociale, del regresso nazionalista. L’equazione è chiara: un solo esercito europeo (non le miopi collaborazioni bilaterali messe in campo da Francia e Regno Unito), maggiore peso politico internazionale, maggiori economie di scala, minori spese aggregate. A maggiori risparmi possono corrispondere piú investimenti nelle politiche per la crescita; e perchè no, se la politica fiscale è unica, europea, magari finanziata da un ammontare minimo di eurobonds (garantiti sui mercati mondiali dalla forza dell’euro e dall’autorevolezza della BCE) e dai proventi di una ristrutturazione dei regimi fiscali (in modo da comprendere anche tasse ecologiche, in primis la carbon tax), oltre a risolvere gli errori del passato con interventi restrittivi si potrebbe addirittura pensare allo sviluppo e a nuovi investimenti di portata continentale. Certo, a questo punto potrebbe sorgere una domanda: chi fa la politica fiscale europea (fortunatamente, quella monetaria esiste già e fra poco sarà Mario Draghi a gestirla)? Il consiglio, e dunque ancora una volta l’Europa intergovernativa? Un nucleo ristretto come l’Eurogruppo? Un complesso di nuove istituzioni come l’attuale EFSF (European financial stability facility) affiancato magari da una futura agenzia europea del debito? O un embrione di ”Tesoro europeo”? L’unica certezza è che, ogni volta che proviamo ad affrontare i problemi europei veramente alla radice, il progetto federalista riemerge con forza.

 

L’intersezione geopolitica riguarda poi, senza dubbio, il ruolo della Cina e delle sue scelte (potenza ”gentile” o nuova egemonia ”imperialista”, sopratutto nei grandi spazi africani? Sostegno alla domanda e allo sviluppo del mercato interno o perseveranza nel modello export-led e nell’acquisto di treasury bonds americani, meccanismo strutturale che sta alla base dei c.d. global imbalances?), senza dimenticare le posizioni americane, divise tra il pragmatismo cosmopolita di Obama e i possibili colpi di coda di un’iperpotenza in declino e gli avvenimenti in Medio-Oriente, specialmente le nuove speranze di accordo fra Israele e Palestina, e all’interno di quest’ultima fra Al Fatah e Hamas, a seguito della caduta di Mubarak e degli sconvolgimenti nei Paesi circostanti. Ecco di nuovo intervenire l’intersezione: fra l’idea di un nuovo ”Piano Marshall” americano (riemersa quasi contemporaneamente alle esternazioni dell’economista Philippe Aghion, che chiede proprio in questi giorni un altro Piano Marshall, questa volta per l’Europa, senza però spiegare come possa essere finanziato) ed i silenzi Iraniani, tra la scomparsa di Bin Laden e la voce dei giovani egiziani che chiedono di più il progresso e lo sviluppo e meno la fine di tutto l’Occidente, l’Europa appare stanca, divisa, svogliata. Non solo non ha abbastanza missili da lanciare su Bengazi, ma non ha nemmeno le risorse economiche e sopratutto quelle morali per spostare verso un esito ”positivo” la bilancia della transizione globale. La crisi dei debiti privati americani si risolve in una crisi dei debiti pubblici europei, perchè non esiste un governo federale capace di apparire autorevole davanti ai mercati o di intervenire in tempi tali da non far lievitare eccessivamente i tassi d’interesse; e quando il rischio di default si interseca con i tagli alle politiche sociali e con le minacce di ”ristrutturazione” del debito, come si teme accadrà in Grecia, i cittadini iniziano a chiedere un cambiamento serio. Peccato che spesso le manifestazioni e la voglia di Politica nuova si intersechino con il nazionalismo metodologico, con quello sguardo nazionale che copre le vere cause della crisi in Europa, e che limita fortemente la capacità d’azione e di mobilitazione dei Movimenti della Società Civile.

 

Infine, come non citare l’intersezione fra gli interessi nazionali e nazionalistici, e quelli globali? Soltanto per fare un esempio, Nicolas Sarkozy vuole la fine dell’egemonia del dollaro, la risoluzione del ”dilemma di Triffin” e l’istituzione – insieme a cinesi, russi e indiani – di una nuova moneta mondiale, un paniere di conto e riferimento multi-currency che ci guidi oltre quell”’esorbitante privilegio” che ha determinato dalla conferenza di Bretton Woods l’ordine – ed il disordine – monetario internazionale. Ma quanto pesano in tutto ciò gli interessi personali e di politica interna? E quanto invece la paura che l’ottimo lavoro di Strauss-Kahn come traghettatore del Fondo Monetario Internazionale da cattivo guardiano monetarista ad amichevole garante keynesiano possa comportare, oltre al salvataggio di molte economie, anche qualche scheda in piú guadagnata alle elezioni a favore di una presidenza so******ta? Fortunatamente per lui, DSK si è messo fuori gioco da solo, come spesso accade quando si vive nella zona grigia in cui si intersecano potere e vizi personali; sempre più frequentemente, all’incrocio fra le sfide globali e la classe politica nazionale si trovano soltanto incapacità e chiusura intellettuale, proprio mentre servirebbe coraggio, grandezza e sì, anche un po’ di creatività (in fondo lo diceva già la Dichiarazione Schuman del 1950 che per fare la Pace e la Federazione in Europa servivano ”sforzi creativi”).

 

Ad un anno dal salvataggio della moneta unica, avvenuto proprio nella notte fra l’8 ed il 9 maggio 2010, nel giorno della ”festa dell’Europa” (che ricorda proprio la Dichiarazione di Schuman appena citata), il 2011 che stiamo vivendo rappresenta l’intersezione fra numerose ricorrenze: i venticinque anni dalla scomparsa di Altiero Spinelli, esempio italiano di un nuovo modo di fare politica, i settant’anni del Manifesto di Ventotene, fondamenta ideale della lotta politica per la realizzazione di un’Europa libera ed Unita e del pensiero federalista europeo ed infine i centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, stato nazionale da sempre orientato all’integrazione e al sostegno della grande narrazione dell’unificazione europea – basti pensare alla mazziniana ”Giovine Europa”–. Insomma, se l’Unione così com’è non ci soddisfa, diamo uno sguardo a cosa accade nell’intersezione fra le varie dinamiche politiche, economiche e sociali che investono e plasmano il mondo globale: forse troveremo ancora più di prima le ragioni per sostenere l’unità politica del Vecchio Continente.

 

 

* L’autore è il Segretario generale della Gioventù Federalista Europea

 

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Referendum 12-13 giugno 2011

REFERENDUM

12-13 GIUGNO 2011

VOTA Sì

 

Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno

vota SI per dire NO

1- Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.

2 – Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.

3 – Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.


RICORDIAMOCI CHE DOBBIAMO PUBBLICIZZARLO NOI IL REFERENDUM!

Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E’
necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone.


P A S S A P A R O L A ! ! !

 


Quando si vota?
Si voterà il 12 e il 13 giugno in tutta Italia. I seggi rimarranno aperti dalle 8 alle 22 di domenica 12 e dalle 7 alle 15 di lunedì 13. Le recenti manovre del governo su nucleare e acqua non cancellano automaticamente i quesiti referendari, come è stato detto.

 

Per che cosa si vota?

Ci sono 4 quesiti:

  • SCHEDA GRIGIAENERGIA NUCLEARE, per cancellare i commi 1 e 8, articolo 5, del Decreto Legge ‘Omnibus’ del 2011 (che modifica la legge Scajola sul nucleare), che prevede la possibilità di costruire centrali nucleari in Italia nei prossimi anni;
  • SCHEDA VERDE: GIUSTIZIA, per cancellare la Legge sul legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri (l’Art. 1 commi 1, 3, 5, 6 e l’Art. 2 della Legge 7 aprile 2010 N. 51);
  • SCHEDA GIALLA: ACQUA, per cancellare le Legge sul profitto garantito per le società private che gestiscono i servizi idrici, senza la necessità che queste ultime investano per il miglioramento qualitativo del servizio (comma 1 dell’Art. 154 del Decreto Legislativo N. 152 del 3 aprile 2006);
  • SCHEDA ROSSA: ACQUA, per cancellare il Decreto Ronchi del 2008 sull’obbligatorietà della privatizzazione delle società di gestione dell’acqua (Art. 23 bis del Decreto Legge 25 giugno 2008 N. 112) .

Votare fuori sede

Sebbene in generale si possa votare ai referendum solo presso il proprio comune di residenza e seggio di iscrizione elettorale, c’è una possibilità per chi vive, studia o lavora in un’altra città e/o regione. Si può fare richiesta per essere designati rappresentanti di seggio.

Cosa significa?
Presso ogni seggio, possono essere presenti, e hanno diritto di voto, due rappresentanti per ogni partito e per ogni comitato promotore dei quesiti referendari. Devono essere muniti di un documento di identità, della tessera elettorale e della delega come rappresentante di seggio.

Cosa devo fare?

Per essere designati rappresentanti di seggio, e avere la delega a rappresentante di seggio, bisogna contattare i referenti locali dei partiti politici e dei comitati promotori. Per Italia dei Valori, si può fare riferimento a questo link. Inoltre, bisogna ricordare che oltre che partito politico presente in Parlamento IdV è anche promotore dei quesiti referendari su nucleare e legittimo impedimento, e avrà quindi disponibili più posti ai seggi. Anche il comitato ‘Fermiamo il nucleare’ ha diritto ai rappresentanti di seggio (trovate qui l’elenco dei comitati locali) così come il Forum per l’acqua bene comune.

 


Per maggiori info clicca qui.

 

 

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Festa della Liberazione 2011

Di seguito è riportata la trascrizione del discorso tenuto dal Segretario torinese della Gioventù Federalista Europea, Roberta Carbone, in occasione della fiaccolata per la Festa della Liberazione, che ha avuto luogo nella serata del 21 Aprile 2011 a Torino.

 

 

25 aprile 2011

LA RESISTENZA NON E’ FINITA

di Roberta Carbone

Buona sera a tutti,

 

quest’anno mi è stato chiesto di parlare qui con voi per qualche minuto del significato che noi come Movimento Federalista Europeo attribuiamo oggi alla parola ”Resistenza”.

 

Riflettendoci, mi sono resa conto che questo termine evoca per i giovani un evento lontano, che costituisce una parte importante della nostra storia, ma che ormai è superato: il tempo ha edificato sulle fondamenta della Resistenza e sulle macerie della 2° Guerra Mondiale.

Allora io vi dico, che proprio questo è il dato importante della Resistenza: questo incontro solidale dei popoli di tutta Europa per ridare dignità e portare la pace su questo nostro continente è stato così efficace da riuscire a riaffermare i valori della democrazia e ad unire i popoli europei in un’unica entità, quella che oggi è l’Unione Europea, che ha portato la pace. Sono 60 anni che questo continente vive in pace e se avessimo detto a chi vi è vissuto fino alla prima metà del secolo scorso che ciò sarebbe accaduto, non ci avrebbe mai creduto. Eppure dopo che l’Europa ha toccato il fondo, attraversando ben due guerre mondiali, dalla Resistenza è nato il sentimento e la convinzione della necessità di costruire, laddove i nazionalismi avevano solo distrutto, un’unione sovranazionale per permettere ai cittadini d’Europa di vivere in pace; tra questi troviamo Altiero Spinelli, fondatore del Movimento Federalista Europeo, che già nel 1941, insieme ad Ernesto Rossi, scriveva nel ”Manifesto per un’Europa Unita”, quello che viene comunemente chiamato ”Manifesto di Ventotene”, che l’obiettivo delle forze antifasciste d’Europa era duplice: superare il nazifascismo e creare un’Europa unita e federale.

 

Ecco, quindi, il motivo per cui le persone più giovani oggi percepiscono la Resistenza come lontana: essa permea la nostra vita quotidiana, quando esercitiamo i nostri diritti, quando possiamo esprimere liberamente le nostre opinioni, quando andiamo a votare, quando viaggiamo liberamente in tutta Europa. La Resistenza è nella nostra Costituzione e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: la Resistenza è, ormai, data per assodato.

 

Eppure vediamo che oggi, in Italia e in altri paesi europei, si tende a rimettere in discussione il valore della Resistenza, mentre si rivaluta l’azione dei fascismi: a queste voci voglio proporre un semplice confronto tra il fenomeno della Resistenza e quello del nazifascismo. I nazionalismi, e i fascismi in particolare, hanno provocato innumerevoli guerre fino alla distruzione della 2° Guerra Mondiale; la Resistenza ci ha ridato la dignità, la libertà, la pace. Laddove i fascismi hanno distrutto, la Resistenza ha saputo costruire.

 

Proprio perché oggi più che mai i valori democratici della Resistenza vengono rimessi in discussione – e dimostrazione ne è la crisi della democrazia in tutta Europa -, l’antifascismo italiano ed europeo deve saper affermare con convinzione che la Resistenza non è finita, perché la lotta per la democrazia è una battaglia sempre viva, perché non dobbiamo permettere che quei valori affermati allora vengano percepiti come caduti in disuso.

 

Quei valori di libertà, di pace, di solidarietà devono essere invocati oggi a gran voce e il Movimento Federalista Europeo è convinto che proprio a livello sovranazionale europeo e, in futuro, mondiale quelli che sono i valori fondanti della nostra società democratica potranno essere riaffermati e consolidati.

 

Grazie!

 

 

> Per avere maggiori info riguardo il Movimento Federalista Europeo di Torino e per vedere le foto della fiaccolata e leggere la dichiarazione congiunta MFE-ANPI distribuita nella serata del 21 aprile visitate il sito: www.mfetorino.it

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L’Italia non si salva senza l’Europa

L’Italia non si salva senza Europa. Subito un Governo Federale Europeo ed una Politica Europea dell’Immigrazione!

 

mercoledì 13 aprile 2011, di Gioventù Federalista Europea

 

Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Berlusconi e del Ministro Maroni rispetto al rapporto fra Italia ed Unione sono gravi e molto preoccupanti: negli ultimi anni l’Italia sta gettandoto al vento un immenso capitale di credibilitá politica, costruito sulle idee e sulle azioni di padri dell’Europa come Altiero Spinelli, Alcide de Gasperi, Tommaso Padoa Schioppa.

 

É la mancanza di lungimiranza e coraggio politico che genera malcontento popolare, che produce chiusura culturale e fa dimenticare la grandezza delle variabili in gioco, dai numeri reali dell’immigrazione a ció che sta accadendo nel mondo: una storica transizione di regime che coinvolge gran parte del mondo arabo, il rinvigorirsi di una crisi economica dell’Occidente che minaccia la stabilitá finanziaria dei paesi europei piú vulnerabili (il Portogallo é l’ultimo esempio) e di conseguenza mette a serio rischio i diritti ed il benessere dei cittadini.

L’Italia ha rappresentato l’ago della bilancia, lo stimolo ideale e l’attore diplomatico capace di sbloccare le situazioni di empasse in cui di volta in volta il processo di integrazione europeo si é trovato; i cittadini italiani, fieri eredi della cultura democratica e antifascista di Mazzini, Cattaneo, Rosselli, Einaudi, Spinelli, Rossi, Colorni e molti altri ancora, hanno sempre sostenuto con forza il sogno di un’Europa libera ed unita, federale, speranza di progresso ed esempio per il mondo intero.

La Gioventú Federalista Europea si oppone fermamente al tentativo di addossare solo all’Europa le colpe delle incapacitá nazionali: l’Unione non é un velo dietro cui nascondere l’incompetenza politica, bensí un grande progetto politico e di civiltá, forse il piú grande in assoluto: rendere impossibili le guerre, estendere la democrazia, l’uguaglianza e la libertá oltre i confini nazionali, organizzare un futuro di convivenza della societá che vada oltre il concetto di nazione.

É una politica veramente europea dell’Immigrazione, portata avanti da uno Stato federale europeo e coordinata con una strategia di politica estera e di sviluppo unica verso i paesi del Nord-Africa, del Medio Oriente e del ”mondo Arabo”, l’unico modo per risolvere alla radice i pressanti problemi di questi giorni.

L’Italia rinunci all’illusione di potersi salvare senza Europa e torni ad assumere il suo ruolo di Paese fondatore, torni ad ispirare l’unificazione federale del Continente, subito!

 

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IL FALSO OBIETTIVO DEI MINI-ESERCITI REGIONALI

Il falso obiettivo dei mini-eserciti regionali nella proposta della Lega

 

giovedì 7 aprile 2011, di Movimento Federalista Europeo

Eurobull.it

 

Lo scorso 15 marzo la Lega ha presentato una proposta di legge, rilanciata in questi giorni dalle agenzie di stampa, che prevede di mettere a disposizione delle regiioni uno ”strumento agile e flessibile che possa essere impiegato a richiesta degli esecutivi regionali per far fronte alle situazioni che esigono l’attivazione del sistema di Protezione civile. L’importazione nel nostro ordinamento dell’Istituto della Guardia Nazionale permetterebbe di assicurare il soddisfacimento di queste esigenze liberando i reparti operativi delle Forze Armate da compiti di presidio del territorio dei quali sono talvolta impropriamente gravati e predisponendo uno strumento utilizzabile all’occorrenza quando il moltiplicarsi degli interventi all’estero riduca, ad esempio, le risorse organiche disponibili in patria”.

In concreto la Lega propone di creare tanti mini-eserciti regionali composti da cittadini italiani volontari, ex militari; di formare battaglioni regionali di mille uomini e donne con uniformi identiche a quelle dell’esercito, con in più un distintivo riconducibile alla specifica regione, e con a disposizione un’arma come i carabinieri; di nominare ufficiali che dovrebbero rispondere direttamente ai presidenti delle Regioni.

A questo proposito il Movimento Federalista Europeo osserva che se si vuole davvero potenziare il sistema di Protezione civile non serve allestire più strutture paramilitari regionali, bensì occorre rilanciare il progetto di organizzare un servizio civile per tutti i cittadini, obbligatorio almeno per un breve periodo della loro vita, da affiancare sia alle strutture già esistenti, sia ad altre che vadano al di là degli impieghi pensati tradizionalmente, per la gestione del territorio, dei servizi socio-sanitari, della tutela dell’ambiente e dei beni artistici e culturali. D’altra parte, se si vuole davvero affrontare il problema della sicurezza e della difesa, occorrerebbe trasferire la sovranità militare dal livello nazionale a quello europeo e articolare le competenze relative alla sicurezza e all’ordine pubblico su diversi livelli di governo, da quello locale a quello europeo.

L’iniziativa della Lega non serve dunque per affrontare seriamente né le sfide poste dalla protezione civile né quelle della sicurezza ma, qualora avesse successo, creerebbero le premesse per la balcanizzazione dell’Italia e per l’emarginazione delle sue regioni dall’Europa.

Nel denunciare questo pericolo, il MFE fa appello a tutte le forze politiche, sociali e morali del paese affinché l’Italia non imbocchi questa strada e ricorda che non c’è un futuro federale per l’Italia al di fuori del rilancio del progetto federale europeo. Per questo il MFE invita tutte queste forze ad unirsi per mobilitare l’opinione pubblica sul terreno del rilancio del ruolo dell’Italia per unire politicamente l’Europa, nel solco della tradizione storica risorgimentale, che vide Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Carlo Cattaneo impegnati nello stesso tempo per l’unità italiana e per l’unità europea; e nel solco del federalismo europeo propugnato dopo la fine della seconda guerra mondiale da Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, che instancabilmente si batterono per realizzare la federazione europea e promuovere un ruolo di pace e giustizia dell’Europa nel mondo.

 

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Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

Oggetto: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

 

NATA FEMMINA

‘Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: ‘le belle ragazze albanesi’. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha,
confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che ‘per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione. ‘
Io quelle ‘belle ragazze’ le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A ‘Stella’ i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle ‘belle ragazze’ scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.E’ una storia lunga, Presidente.. . Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio
libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
Questa ‘battuta’ mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuriano varie polemiche , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi.

Merid Elvira Dones

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